Lo chiamano 'la risposta inglese a Beck', ma lui non si scompone...

Lo hanno bollato subito come la risposta inglese a Beck. E in effetti le affinità con Beck sono molte, ad iniziare dalla sua propensione naturale a pensare musica in versione low fi, con quell’atteggiamento “da loser” che fu prerogativa di Beck fin dai suoi esordi (ora, forse, non più). Come Beck poi Badly Drawn Boy sembra incline ad accatastare suoni, senza curarsi delle contrapposizioni tra stili diversi. Bollare per Badly Drawn Boy come un clone di Beck sarebbe riduttivo, anzi ingiusto. Sì, perché Damon Gough (questo il suo vero nome), con i molteplici EP che hanno preceduto l’album d’esordio, e infine con il suo album (“The hour of the bewilderbeast”), ha dimostrato di poter dire, con voce forte e chiara, un sacco di cose, con modalità e con un atteggiamento molto diverso da quello di Beck. E il suo modo di parlare, a cascata, con frasi che sembrano non finire mai, sono la trasposizione fedele di quello che è la sua musica: un fiume in piena, con mille rivoli, senza capo né coda. Un fiume alimentato da una passione quasi smodata per la musica, per il lavoro di musicista. Un fiume in cui è bello perdersi.

So che non ti piace molto andare in giro per il mondo. Dicono che sei sempre rintanato in studio di registrazione a scrivere nuovi pezzi. Corrisponde a verità?

Direi di sì. Non ho viaggiato molto in vita mia. Sono troppo occupato a portare avanti i miei progetti per avere tempo di viaggiare. Sai, sono una specie di tossico da lavoro. Quindi mi rimane veramente poco tempo per andare in giro. L’ultima volta che mi sono permesso una “vacanza” è stato nel 1994. E anche allora, quando decisi di andarmene a New York con la mia ragazza, quel viaggio aveva a che fare con la musica. La mia idea infatti era di andare negli studi della Matador. Così presi la scusa di farmi un giro in America e mi presentai negli uffici di New York della Matador. Mi ero già messo d’accordo con Robert Pollard (il cantante dei Guided By Voices, n.d.r.). Lui mi doveva introdurre ai tipi della Matador. Fu molto divertente. I tipi che c’erano nell’ufficio della casa discografica erano molto simpatici. Gli feci sentire il mio demo. Lo apprezzarono, al momento. Dissero che ci saremmo risentiti presto. Poi fu il silenzio totale. Ora, con il senno di poi posso dire di essere stato fortunato a non aver avuto più nulla a che fare con la Matador. Credo proprio che il mio disco venderà molto di più di tutti gli album dei Guided By Voices messi insieme. Ma questa esperienza, questo viaggio di lavoro e vacanza è stata una bella lezione. Da allora non mi sono più mosso da Manchester. Sono andato una volta a Parigi. Solo per qualche giorno. Poi me ne sono tornato subito in Inghilterra. Manchester è l’unico posto dove mi sento a mio agio. L’unico posto in cui mi possa concentrare veramente su quello che sono io. E questo per me è importantissimo perché ciò che voglio fare è musica che rispecchi ciò che c’è dentro di me. E’ per questa ragione che la mia musica potrebbe essere scritta ovunque, in ogni parte del mondo.
I tuoi brani danno sempre l’impressione di essere opere incomplete, qualcosa di lasciato volutamente a metà. E’ così?

Quello che cerco di fare, in ogni pezzo, è lasciare delle porte aperte, di creare dei brani che non abbiano una fine ben delineata. E’ per questo che mi lascio sempre delle chance, anche durante la composizione dei pezzi, per fare in modo che abbia sempre la possibilità di cambiare, anche all’ultimo momento, la sua struttura, le sue fattezze. Finire definitivamente un pezzo non mi permetterebbe di inserire le mutevoli variazioni del mio stato d’animo. E a me piace molto scrivere i brani a secondo di come mi sento, giorno dopo giorno. Se dovessi riscrivere uno dei miei brani oggi, tra un’intervista e l’altra, se avessi qui la mia chitarra, e spesso me la porto dietro proprio per catturare i singoli momenti di una giornata, sono sicuro che verrebbe fuori qualcosa di inedito, di diverso. E’ anche per questa ragione che quando ho altri impegni che mi allontanano dal mio studio di registrazione, mi sento poco a posto, mi sento come se avessi perso per strada qualcosa. Voglio dire, ora sono qui con te. Provo delle cose, ma sono talmente fuggevoli, sono talmente attaccate a questo momento che dovrei poterle congelare subito. Invece so benissimo che tra qualche ora, tra qualche minuto, tutto questo sarà finito e le emozioni che ho provato se ne saranno andate per sempre: dimenticate, mai più proponibili. Così quel senso di apertura che si prova ascoltando la mia musica deriva proprio dal mio bisogno di incorporare, giorno dopo giorno, nuove cose. E’ per questo che i pezzi di The Hour Of Bewilderbeast sono cresciuti man mano che lavoravo al disco. E’ per questo che su “Epitath” (l’ultimo pezzo dell’album, n.d.r.) ci ho messo le mani l’ultimo giorno di registrazioni. Ero a Londra per chiudere l’album e ho sentito il bisogno di aggiungere delle cose. Me ne sono stato in studio fino alle 4 di mattina e poi ho detto: “okay, ci siamo”. Non è questione di essere paranoici, di non essere soddisfatti di ciò che hai fatto. Ci sono artisti che si fanno questo tipo di problemi. Per me è solo questione di aggiornare il più possibile la mia musica a quello che provo.
Sia quando ho ascoltato “The hour of the bewilderbeast” che ora, mentre stai parlando, mi è venuto in mente un nome: Raymond Carver (scrittore minimalista americano). Che ne pensi di questa analogia?

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