Dr Das ha l’aria tranquilla: non sembra il fondatore di uno degli ultimi gruppi “contro” del panorama britannico, ma l’insegnante di musica che era prima di radunare attorno a sé gli ADF. E’ strano ascoltarlo mentre parla pacatamente di rabbia e furore. Ma 5 minuti dopo aver concluso il colloquio con Rockol, sale sul palco del Forum di Assago per il soundcheck. Imbraccia il basso, e in pochi secondi, nel palazzetto ancora vuoto, comincia a “pompare” un’energia propulsiva non comune. Cerchiamo di capire da dove viene, e dove va.
Non è la prima volta che suonate in Italia. Cosa sai del nostro paese?
Sinceramente non molto: ma la nostra esperienza diretta è di gente molto più consapevole politicamente rispetto a Inghilterra e America. Qui c’è molta solidarietà verso la gente senza casa, ad esempio, e i centri sociali rappresentano una forza consistente e ben organizzata.
Qual è la domanda più frequente che ti fanno nelle interviste?
Se viene prima la musica o la politica. Che noia... Le due cose sono integrate. Sia la musica che le parole sono politiche.
E’ limitante essere etichettati come “band politica”?
No, non direi che è limitante, però dipende da come si interpreta la parola “politica”. Noi ci troviamo a commentare le nostre esperienze, quello che vediamo nella vita di tutti i giorni. Se le altre band preferiscono parlare di altre cose, padronissimi: evidentemente fanno una vita diversa.
Una vita da star...
Questo non potrei dirlo io, però è vero che quando arrivano al secondo disco, molti gruppi cominciano a parlare di tematiche un po’ astratte, perché sono passati dal loro quartiere alle camere di albergo oppure a ville a Notting Hill... Quelli con una coscienza politica si interessano di paesi lontani, perché non conoscono più il proprio... non parlano di ciò che succede in Inghilterra. Noi abbiamo sempre parlato di gente che conosciamo e che vive come viviamo noi.
Come giudichi l’ultimo decennio di musica britannica?
Quando il britpop è venuto fuori venivamo da 15 anni di governo conservatore, che incoraggiava la “me culture” e l’impresa individuale. “Preoccupati di te stesso”. Così, il britpop è stato un movimento molto introverso, che cercava di raggiungere la quotidianità della gente solo quando parlava di droga. La ribellione del brit-pop sta in “Cigarettes and alcohol” (n.d.r. titolo di un brano degli Oasis), non so se mi spiego.
E con Blair...
Con questo nuovo governo che è una continuazione del precedente, la gente ci ha impiegato un po’ prima di arrabbiarsi. E di accorgersi che non è cambiato nulla. I Primal Scream hanno colto l’umore di molta gente del Regno Unito. C’è gente dimenticata, tanta. E noi cerchiamo nel nostro piccolo di farla venir fuori nelle nostre canzoni.
Qual è, secondo te, la maggiore differenza tra il nuovo disco, “Community music”, e il precedente?
In “Rafi’s revenge” la musica rifletteva come eravamo: arrabbiati e frustrati. Suonavamo così dal vivo, e sull’album siamo risultati molto “punky”. “Rafi” però ti dà parte della storia, una sola dimensione. Ce ne sono molte altre. Ora non siamo meno arrabbiati o preoccupati. Lo esprimiamo in modo diverso. Forse “Real Great Britain”, il singolo, mantiene quel sound “jungle-punk”, mentre nel resto del disco ci sono più colori, più ragamuffin. Abbiamo ad esempio la sezione fiati dei Primal Scream proprio per arricchire il nostro modo di descrivere le cose in musica.
Come si riesce a rimanere integri dopo qualche anno nel music business, a resistere alla routine, alle pressioni per vendere meglio il “prodotto”?
Qualche pressione l’abbiamo ricevuta: “Smorzate la politica e occupatevi della musica”. Il fatto è che molta gente non capisce che uno dei motivi per cui la musica è un mezzo di comunicazione così diffuso rispetto ad altri sta nel fatto che la tua rabbia e l’energia vengono fuori sia nelle parole che nella musica. Mi sembrerebbe strano comporre un brano con una musica arrabbiata e parole condiscendenti, o viceversa. Penso che in passato si sia tentato di indurre i musicisti rock a cantare testi convenzionali, ma il loro disagio veniva fuori dalla musica. Molta gente seguiva gruppi come i primi Led Zeppelin perché al di là dei testi, il feeling dei loro pezzi blues-rock era quello della classe operaia britannica. Allo stesso modo, anche alle spalle dei testi, ogni nostra linea di basso è rivolta contro Babilonia, ogni nota che suoniamo riflette come ci sentiamo. Ogni strumento ha un impatto emotivo anche prima che noi ci mettiamo le parole. Togliere le liriche? Sarebbe come togliere tutto.
Immagino che vi sia piuttosto difficile passare per radio. Specie in Inghilterra.
Oh, non ci hanno mai trasmessi. Per non parlare della tv. Prendiamo atto. Del resto siamo sempre stati una live band. Il che è molto meglio: davanti a noi c’è gente vera, non una telecamera. Non puoi sederti e morire perché la tv non ti riprende. Te ne fai una ragione e ti fai una reputazione lavorando duro e facendo concerti. Pensa che quando abbiamo fatto un video ce l’hanno rifiutato dicendo: “Ci sono luci psichedeliche, fanno venire l’epilessia”. Si trattava di riflessi della luce sull’acqua, duravano qualche secondo. Il giorno che ce lo hanno detto, sono andato a casa e in tv ho visto il video di Madonna con le immagini accelerate (n.d.r.: “Ray of light”). Quello sì ti procura una bella epilessia... Ma cosa ci vuoi fare? La mia impressione è che noi rappresentiamo un’immagine di gente asiatica cui loro non sono preparati: non siamo colorati, etnici, simpatici, esotici. Niente tradizione indiana: distruggiamo i loro stereotipi.
Quali problemi vi ha dato il nome Asian Dub Foundation?
Forse in passato è stato un problema. Molti ci dicevano che non era “figo”, oppure “Siete razzisti verso i non asiatici”. Il che ci faceva ridere. C’è stato qualche negozio che ha messo i nostri dischi nella sezione “etnica”: chi poteva volere dischi asiatici? Poi qualcuno si è messo a discutere la parola “dub”. “Ehi, ma voi non fate sempre e solo il genere dub”. Per noi “dub” è una parola che esprime un principio: musica sperimentale da ballare. Questo era il dub all’inizio. Abbiamo mantenuto certe sonorità del dub, certe linee di basso, una mentalità nel riempire lo spazio con il rumore. Rumore nero. Niente musica da hippy rilassati, da club. Siamo troppo arrabbiati. Forse verranno tempi migliori, e allora saremo rilassati e “cosmici”.