Ivano Fossati, Acqui Terme e l'inchiostro verde della Lega: ma soprattutto tanta impazienza...

Quando si incontrano gli Yo Yo Mundi e si inizia a parlare di Monferrato, è facile che il discorso prenda una piega gastronomica: sarebbe perfetto incontrarsi a tavola, conversare di musica, società e politica tra formaggi e brachetto, lasciando per ultime le domande più difficili, quelle che riesce a sciogliere soltanto un buon bicchiere di vino. E invece ci si ritrova negli uffici – se non altro freschi di aria condizionata – della loro casa discografica, mentre fuori a Milano il sole scioglie già i marciapiedi. Acqua minerale di fronte, un bel sorriso stampato sul volto, Paolo Archetti Maestri – il cantante e per oggi portavoce del gruppo – sembra impaziente di raccontarsi a Rockol…

Sul vostro nuovo album, “L’impazienza”, figura una collaborazione illustre, quella con Ivano Fossati: alla luce di tutte le interviste fatte, questo gemellaggio è stato più croce o delizia?
Delizia, direi, sicuramente. Ci hanno fatto molte domande su di lui, è vero, però ho notato in tutti gli articoli usciti finora un grande rispetto per gli Yo Yo Mundi. Chi ha scritto di noi ha messo in luce l’integrazione che c’è tra il nostro mondo e quello di Fossati, e d’altra parte c’è una grande stima reciproca che ci unisce, tramutatasi poi in amicizia e in una collaborazione artistica. Merito anche di Beppe Quirici, produttore di Ivano e suo bassista: è stato lui a produrre completamente il brano “Il sud e il nord”, che avevamo arrangiato insieme vivendo per qualche giorno in una bellissima cascina a Camaiore, la stessa in cui Ivano e Fabrizio De André avevano concepito l’album “Anime salve”. Beppe ha anche co-prodotto due brani, “Estasi o delirio” e “L’impazienza”, per cui potremmo dire che il suo apporto è stato fondamentale. L’album è comunque una produzione Yo Yo Mundi.

Non c’era il rischio che il suo nome vi mettesse un po’ in ombra?
Sì, però in realtà non è successo, anche perché non siamo nuovi alle collaborazioni. Avevamo iniziato sul primo album con Michael Brook, Violent Femmes, Gianni Maroccolo… sul secondo album c’erano Le Masque, CSI, Marlene Kuntz. Noi ci siamo sempre migliorati e arricchiti grazie alle collaborazioni, di conseguenza non ne abbiamo paura, tantomeno se sono realizzate con artisti di grande personalità e di grande popolarità.

Che cosa hanno trovato personaggi come CSI e Fossati negli Yo Yo Mundi, per aver scelto di collaborare con loro?
Credo che per prima cosa gli interessi il fatto che siamo un gruppo che si autogestisce da 10 anni. Il nostro organico non è mai cambiato, e sin dalla prima canzone abbiamo avuto le idee chiare su quello che volevamo fare. La nostra prima canzone, “Freccia vallona”, era un manifesto della direzione che avremmo preso, e che poi ci ha portati nel corso degli anni ad un album come “L’impazienza”. Una cosa che piace molto credo che sia il nostro essere pieni di energia, di entusiasmo, di voglia di confrontarci. Abbiamo sempre pensato che il ‘melange’ fosse la ricchezza della nostra musica, insieme all’esigenza di non perdere di vista le radici. La nostra fisarmonica non è un abbellimento, ma Fabio la suona come un vero strumento, così come la suonava suo nonno, anche se poi magari noi la campioniamo per dargli altre sonorità. Ci siamo sempre organizzati, da quando abbiamo smesso di suonare in birreria e ci siamo messi a suonare per strada. E poi c’è il fatto di non essere soltanto un gruppo musicale, ma un insieme di persone che al centro del proprio tavolo mettono un sacco di cose: vuoi la lega antivivisezione, vuoi il dibattito politico che possono sollevare le nostre canzoni.

Come è nata “Il sud e il nord”?
E’ una canzone scritta da Ivano su misura per gli Yo Yo Mundi, perché la sentiamo molto addosso, e di fatto è stata scritta dopo una lunga chiacchierata. Si parlava della situazione politica italiana e anche cittadina nostra e sua, visto che subiamo dei sindaci abbastanza particolari…

So che in particolare ad Acqui Terme l’amministrazione comunale ha trovato il modo per far parlare di sé…
Sì, specialmente quando il sindaco ha proposto una taglia sugli albanesi… comunque una cosa che ti farà ridere è che gli Yo Yo Mundi non hanno la carta d’identità, perché nel nostro comune usano l’inchiostro verde. Facciamo queste piccole lotte quotidiane, come quella che ci porta a non iniziare il nostro tour da Acqui perché il nostro teatro sfoggia la scritta: “La Padania ringrazia”. Crediamo che un amministratore debba essere l’amministratore di tutta la città e non essere vergognosamente di parte, non deve fare questo tipo di violenze che ci fanno venire voglia di continuare a lottare. Sicuramente faremmo la stessa lotta anche nei confronti di un sindaco anche di un altro colore, anche se è più vicino alle nostre idee politiche...pensa che ad Acqui abbiamo la bandiera tricolore a mezz’asta non per le vittime della guerra del Kosovo, ma per la causa del popolo serbo e del suo diritto all’autodeterminazione! Solidarietà nei confronti di Milosevic e dei suoi sgherri…come posso accettare queste cose? Volantini verdi con le scritte verdi con su scritto “Denunciate i clandestini”! Così quando dalla ex-Jugoslavia arriveranno profughi a cui i loro ‘fratelli serbi’ avranno strappato i documenti io dovrei denunciarli, per completare l’opera? Scusami, ma non riesco a trattenermi…

Ma invece quali sono i feedback che vi arrivano dalla gente di Acqui, e non solo dall’entourage politico?
Ad Acqui sanno poco di noi, anche perché non siamo propriamente delle rockstar che saltano all’occhio quando girano in città. Anche quando la popolarità è aumentata non è cambiato niente. C’è una piccola parte della città che non vuole vedere una certa realtà; lo dimostra il fatto che nella nostra vita abbiamo fatto più di seicento concerti, ed ad Acqui ne abbiamo fatti tre: uno da soli e due nel corso di un Festival che si chiamava “Adotta la pace”. Ci piacerebbe fare di più, però siamo ancora considerati un complessino da far venire ad una festa per cantare due canzoni. E invece abbiamo suonato nel Teatro di Acqui e non lo abbiamo mai visto così pieno dai tempi di ET… per cui potremmo fare molto di più.

”L’impazienza” che intitola il vostro album su quali territori si muove?
Abbiamo scoperto che era un buon titolo perché raccontava quello che si agita in tutte le tracce del lavoro. E’ un’impazienza benefica, che senti vibrare dentro e che ti tiene vivo, ti fa avere dei desideri e averne tanti, ti fa avere dei sogni e averne tanti. Abbiamo immaginato una strada di mezzo tra due estremi: da un lato chi sceglie una vita immobile, ripiegato su se stesso, dall’altra parte il dramma degli stressati, isterici, con quel tipo di ansia da fine millennio, con il mito della tecnologia a tutti i costi che risolve la vita velocizza le cose. Ecco, secondo me l’importante è non essere né un estremo né l’altro, ma piuttosto non smettere di desiderare le cose. Avere voglia, questo è l’importante. Così per noi, anche se siamo contenti di come è venuto il disco, adesso è importante vedere come saranno accolti i nostri concerti: e siamo già impazienti.

L’impazienza è anche quella che dopo dieci anni di carriera – durante i quali siete stati sempre incensati dalla critica - vi vorrebbe vedere adesso estendere il vostro seguito ed essere maggiormente riconosciuti?
Noi non abbiamo intenzione di vendere a tutti la nostra musica, però ci piacerebbe occupare quello spazio che pensiamo invece di meritare. Vuoi perché sulla scena ci sono figli e figliastri – lungi da me l’idea di fare il lamentoso – vuoi perché forse non abbiamo gli agganci giusti nei posti giusti, visto che c’è ancora tanta Democrazia Cristiana e tanto Partito Socialista in giro, fatto sta che di noi si continua a leggere bene ma non abbiamo mai avuto una copertina. Non è una lamentela, ma una constatazione: allora ti viene da dire: «Cosa dobbiamo fare, diventare di moda? Riciclare qualche suonino dall’Inghilterra per avere un po’ di attenzione? Vendere l’anima a qualche potentato?» La risposta è no: noi crediamo di meritare uno spazio maggiore, senza nessuna presunzione, e d’altronde anche la nostra musica ha un’apertura alare molto maggiore di quanto ci sia stato dato finora perché, essendo noi difficili da etichettare, non si sa dove posizionarci. Siamo considerati un prodotto di nicchia, però poi alla fine nella nicchia, non facendo parte di nessuna onda, siamo in una posizione un po’ scomoda. Ecco, questa è la nostra impazienza: facciamo canzoni, abbiamo gran voglia di comunicare, ci manca pochissimo, un po’ più di spazio che ci permetta di essere conosciuti meglio, di avere un’esposizione maggiore che ci dia la possibilità di ampliare il nostro pubblico. Ma non in modo becero, facendo la canzonetta e svendendosi; però neanche facendo Sanremo Giovani dopo dieci anni di carriera. Se quella è l’unica possibilità promozionale aspetteremo qualcos’altro. Piuttosto, la soluzione è quella di ampliare il mercato, distribuendo i dischi in Europa: sono sicuro che organizzarsi per portare la nostra musica in giro potrebbe essere la svolta per il nostro mercato, e d’altronde in Francia, Belgio, Olanda lo stanno già facendo. Per non dire che se finisci per avere una buona rassegna stampa in Europa e per vendere un po’ di dischi, le cose cambierebbero anche in Italia. Credo che potrebbe essere un’occasione per arricchirci di esperienze nuove, e di crescere pensando veramente a qualcosa di più ampio anche da un punto di vista geografico. Si parla tanto di Europa, posso comprare ovunque il vino e la pasta, perché non la musica?

Visto che siete su Rockol, che rapporto avete con Internet e la grande rete?
Ottimo, è un mondo che ci interessa molto. Ci piacerebbe fare un sito spazzatura, come se fosse una discarica. Abbiamo quest’idea di recuperare la memoria nelle discariche, ci affascina molto. Mi sono fatto quest’idea un po’ romantica di Internet, nel senso che in qualche modo è un po’ una grande discarica. Lo è in assoluto, perché il collegamento sotterraneo prima di Internet era quello del viadotto fognario. C’è un personaggio che mi ha affascinato tantissimo, che è un nostro concittadino che ha una biblioteca che si è fatto raccogliendo i libri che la gente buttava via nei cassonetti. La cosa mi ha affascinato tantissimo, al punto tale che avrei voluto scriverci una canzone, “La spazzatura della memoria”: il titolo c’era già pronto. E da questa idea abbiamo pensato di fare un sito vissuto come una discarica, dove puoi trovare tutto quello che avanza, che si butta via e che ci racconta quello che siamo stati…

Sono curioso di vedere come lo realizzerete..
Anch’io, anzi a proposito, magari voi di Rockol potreste darci qualche dritta…

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