Sam Zaman è l’unico superstite di State Of Bengal, uno dei progetti più famosi della così detta Asian Underground scene, la scena asian di Londra che, grazie a Talvin Singh, Asian Dub Foundation e Fun Da Mental, è uscita dalla sua condizione di movimento underground e sta regalando al mondo una innovativa commistione sonora in cui drum’n’bass, breakbeat e hip hop, ovvero i ritmi delle giungle d’asfalto inglesi, entrano in rotta di collisione con la cultura tradizionale delle comunità anglo asiatiche. Il risultato lo si può apprezzare in “Visual audio”, il primo album di State Of Bengal di cui abbiamo parlato con Sam in occasione del suo DJ set al Maffia Club di Reggio Emilia.“State Of Bengal è un progetto che è nato in Bangladesh, quando andai in quel paese. A tutt’oggi il Bangladesh è uno stato diviso in due; c’è il Bangladesh dell’est e quello dell’ovest. Era la stessa situazione che c’era anche a Londra, nella comunità asiatica. I ragazzi, soprattutto allora, verso la fine degli anni 80, erano divisi in gang e così la comunità era attraversata da scontri rivali tra gang che provavano la nostra unione di asiatici in Inghilterra. Così pensammo di formare State Of Bengal, un progetto, un sound system che avrebbe potuto diventare un mezzo e per fare incontrare musicisti appartenenti a diverse gang e per comunicare con le giovani generazioni in guerra tra di loro. Allora, insieme a mio fratello, MC Deeder (ora MC di Asian Dub Foundation, n.d.r.) e MC Mustaq (ora rapper di Fun Da Mental, n.d.r.), abbiamo iniziato a girare per i party organizzati all’interno della nostra comunità, cercando di creare delle opportunità in cui i giovani della nostra comunità si potessero confrontare. Poi, tre anni fa, mio fratello se n’è andato con Asian Dub Foundation, Mustaq ha deciso di concentrarsi esclusivamente nel progetto Fun Da Mental. Io ho finito i miei studi all’università. Ora insegno alle scuole elementari. Mi piace molto insegnare ai bambini ma allo stesso tempo non ho dimenticato la musica. Tuttora mi piace parecchio andare in giro con il mio DJ set. E poi, appena finita l’università ho ripreso in mano con entusiasmo il progetto State Of Bengal. Ho fatto parte di Anokha (la serata pensata con Talvin Singh che ha portato alla luce la così detta scena Asian Underground, n.d.r.) fin dall’inizio, fin da quando eravamo a The Rocket (uno dei club storici di Londra, n.d.r.). Poi ci siamo spostati in Hoxton Square, al Blue Note (club londinese di grande importanza nella seconda metà degli anni 90, n.d.r). Ma poi tutto è diventato stantio. L’energia che c’era alle serate di Anokha si è persa per strada. Ora non c’è più nulla che abbia lo stesso impatto di Anokha. Allora Anokha era un momento in cui i suonatori di tablas, di sitar interagivano con i DJ. Ora questi ritrovi sono molto rari. Ma non fa nulla. Io con State Of Bengal, mio fratello con Asian Dub Foundation e molti altri con i loro progetti cerchiamo di portare avanti lo spirito di Asian Underground, quello spirito che ad Anokha fece incontrare la cultura hip hop, la cultura dei breakbeat con i suoni tradizionali dei nostri paesi d’origine”.
Sappiamo che i brani contenuti in “Visual audio” sono stati scritti diversi anni fa. Come mai questa attesa per far uscire il disco?
“Ho finito “Visual audio” un anno e mezzo fa. Molti brani sono stati registrati fra il 1996 e il 1997, proprio nel periodo più intenso di Asian Underground. Ma questo non c’entra nulla. Quello che è importante è che “Visual audio” sia un disco che non appartiene né al 96 né al 97. Non deve essere nemmeno un disco che ha il suono del “qui ed ora”, no. L’importante è che in esso ci siano le emozioni, che scorra la vita. Quello è l’aspetto che più mi interessa, nella mia come nella musica di altri artisti. Certo, i brani di “Visual audio” sono stati comunque riveduti e corretti proprio qualche mese fa, prima che il disco uscisse. Quando li registrai per la prima volta, due, tre anni fa, la tecnologia a mia disposizione non era quella su cui posso fare affidamento oggi. Allora i pezzi erano low fi. Oggi ho alle spalle una casa discografica che mi ha permesso di correggere, con le macchine, alcuni passaggi che erano troppo lo-fi. E’ un modo per permettere alla gente di apprezzare al meglio alcuni passaggi che prima, con le registrazioni “artigianali” fatte nel 96, non si potevano apprezzare nella loro pienezza. Ho anche aggiunto qualche giro di chitarra, qualche melodia per sax, ma non perché l’ho voluto io. C’era gente che voleva partecipare a questo mio progetto. Io sono sempre disposto a collaborare con altri artisti e quindi ho aperto le porte di “Visual audio” a nuove collaborazioni. Ma la sostanza è rimasta invariata”.
Quindi nella tua musica non ci sono solo campionamenti. Ti avvali anche della collaborazione di strumentisti….
“Certo. Per me non c’è alcuna differenza tra samples e musica. L’importante è che si esprima qualcosa. Se riesco a trasporre in musica le mie emozioni con l’aiuto di un musicista che ha capito ciò di cui ho bisogno non sono sicuramente quello che si preclude la strada solo in nome di una purezza sonora che contempla solo campionamenti. Lo stesso è per i generi musicali. Non riesco a pensare a un brano in termini di house, drum’n’bass, hip hop, techno, speed garage. Per me il punto di partenza di un pezzo deve essere sempre uno, al di là della sua connotazione stilistica che poi i giornalisti gli daranno; il brano deve avere un senso per me. Deve esprimere qualcosa di importante per me e per la gente che con me ha lavorato alla sua realizzazione. E tutto questo deve andare di pari passo con il breakbeat, la mia vera passione, il ritmo che più di tutti sintetizza la mia cultura, un misto di tradizione “bengali” e di un modo di vita profondamente legato al luogo in cui vivo, Londra”.