La risolutezza è una delle caratteristiche principali di Mogwai, una delle band scozzesi più interessanti degli ultimi anni. La risolutezza infatti li ha accompagnati già ai tempi del loro esordio, nel 1997, quando, in piena esplosione della scena scozzese e dell’alternativa sonora proposta dalla Chemikal Underground di Glasgow, ebbero l’opportunità, grazie all’etichetta dei Delgados (altro gruppo di Glasgow che gestisce la label scozzese) di incidere un Ep (“The four satin”) che fin da subito creò un modulo sonoro originalissimo (a dispetto della loro tenera età), lo stesso modulo che oggi sta alla base del bellissimo “Come on die young”, l’ultimo album. E’ un modulo in cui sono contrapposte melodie dolci e squarci rumorosi, in cui si opera, coscientemente o no, secondo una netta divisione emozionale che fa ondeggiare la musica tra delicate atmosfere malinconiche e rumorismi trascendentali. E’ un modulo risoluto che ci troviamo di fronte anche oggi, quando incontriamo Stuart Braithwaite, chitarrista nonché responsabile della stesura di tutti i pezzi di Mowgai (già parte del semi sconosciuto gruppo Eska). Già, perché Stuart, dopo un soundcheck delirante e ultrarumoroso, si avvicina a noi dicendo che ha soli dieci minuti da mettere a nostra disposizione per l’intervista. “Ci sono altre tre interviste”, dice raccontandoci una bugia. Già, perché da accordi presi con il distributore della Chemikal Underground in Italia (la Wide) sapevamo anticipatamente che saremmo stati i soli a Milano a intervistare il gruppo. Ma a Stuart preme (da persona risoluta quale è), e lo scopriremo a intervista conclusa, andare a giocare a pallone con i suoi compagni di quella che, fin dal primo album, più che un gruppo, è una squadra (“Young team” era il titolo dell’album) che ha ben chiaro cosa vuole e cosa non vuole fare. L’intervista stessa infatti inizia con una rivelazione che la dice lunga sulla risolutezza di Mogwai.“Il tour europeo sta andando bene. Non sappiamo ancora come andrà quello americano. Avevamo la proposta concreta di andare in tour con i Pavement ma abbiamo deciso di lasciar perdere. C’erano delle cose, dei compromessi che avremmo dovuto fare che non ci andavamo molto a genio”.
Molti altri gruppi avrebbero fatto carte false per andare in tour con uno dei gruppi più famosi della scena alternativa americana. Mogwai invece hanno deciso di “mollare il colpo” pur di non scendere a patti. Perché?
“Non ho voglia di parlarne”, ribatte Stuart un po’ scorbutico.
Cambiamo allora discorso senza perderci in storie extra musicali, cercando quindi di parlare della musica di Mogwai e della loro scelta di stare lontani dalla formula della pop song, così amata in Inghilterra….
“Che vi devo dire. Quando proviamo non pensiamo mai a sviluppare una canzone. Sarebbe troppo facile. Sarebbe come allinearsi a gruppi come gli Oasis o i Blur, cercare di azzeccare il singolo dell’estate. Punto e basta. A noi tutto questo non interessa. E’ anche per questo che la maggior parte delle volte preferiamo scrivere pezzi interamente strumentali. Di fatto il nostro modo di lavorare non potrebbe portarci altro che a musica strumentale dove non esiste il ritornello. la maggior parte delle volte infatti, quando proviamo, non ci viene mai da dire; hey, qui ci starebbe bene una bella melodia. Piuttosto quello che ci chiediamo è; abbiamo veramente qualcosa di interessante da dire? Abbiamo un testo che esprima o aggiunga qualcosa alla nostra musica? La maggior parte delle volte la risposta è negativa. E allora quello che ci viene meglio è suonare. Suonare senza preconcetti, senza stare a pensare che l’assolo di chitarra dovrebbe essere bilanciato da un ritornello o da chissà cos’altro. Certo, probabilmente influisce anche il fatto che non sia poi così dotato nel cantato, ma questo è soltanto un aspetto secondario di Mogwai e dell’idea che di Mogwai noi tutti abbiamo”.
Quanto influisce sulla vostra musica il fatto di essere nati e di vivere a Glasgow?
“Sicuramente ci ha dato la possibilità di rimanere fuori da certe dinamiche che appartengono al music business e che ti fanno spesso fare cose che non vorresti. Per esempio noi, a Glasgow, con un’etichetta come la Chemikal Underground, non abbiamo avuto problemi nel portare avanti le nostre scelte artistiche. Non c’è stato nessuno che ci ha detto: okay, ci piace quello che fate ma se metteste qualche ritornello in più., se cantaste un po’ più spesso sarebbe meglio”.
Come mai tutto questo fervore musicale nella vostra città? Alan Mc Gee (label boss della Creation) dice che è perché c’è uno dei più alti tassi di disoccupazione. Tu che ne pensi?
“Non so. Quella della disoccupazione mi sembra una stronzata. Io credo più che altro che ci siano tanti gruppi perché Glasgow è sempre stata una città ricettiva alla musica e gruppi come Jesus and Mary Chain, o i The Pastels sono nati qui”.
Siete in qualche modo in contatto con i gruppi della vostra città?
“Arab Strap sono nostri amici. Delgados sono coloro che gestiscono l’etichetta per cui incidiamo. Sono stati loro a metterci in contatto con Dave Fridman”.
Come è stato lavorare con Fridman? Vi è stato d’aiuto nella fase produttiva per ottimizzare la resa dei suoni che, a nostro parere, soprattutto in questo album, è uno dei punti di forza della musica di Mogwai?
“Oh, ha fatto il suo lavoro. Abbiamo un gran rispetto per Fridman e ciò che ha fatto con i Mercury Rev. Sicuramente è stato molto importante il suo apporto perché in questo disco abbiamo affinato i suoni e, come dici tu, i dettagli sonori sono diventati molto importanti. Ma a New York (dove il disco è stato registrato, n.d.r.) siamo arrivati con le idee già ben chiare e Fridman ha soltanto fatto quello che noi volevamo facesse”.
Credo che questa chiarezza vi abbia portato a creare, all’interno di una struttura comunque minimalista, una serie di singoli suoni, di dettagli, che danno profondità emozionale al disco, che rendono di fatto la musica di Mogwai molto malinconica. Come mai tutta questa malinconia?
“La malinconia? Non so da dove arriva. So solo che quello che cerchiamo di fare è esprimere ciò che veramente siamo, metterci a nudo senza alcuna remora. Questo non lo posso negare. Ma anche questo non è un metodo. Non è qualcosa di precostituito. Non potremmo mai metterci lì, in studio, cercando di scegliere quale accordo è più o meno malinconico. La nostra unica arma è l’istintività. E’ per questo che non ci sentiamo assolutamente “intellettuali” o pretendiamo di essere artisti. Ci sentiamo più che altro un gruppo, una squadra di ragazzi che, seguendo l’istinto, suona la musica che gli pare, senza preconcetti, con ben presente una cosa; che anche se la musica di Mogwai non è pop, suona “minimalista” ed è malinconica e spirituale come dicono molti, noi saremo sempre una squadra che suona per il gusto di suonare e di essere liberi, mentre lo facciamo, di fare tutto quello che ci gira per la testa”.
Chiaro no? Ed ora un’ultima domanda….
“Oh, no. Non c’è più tempo. Simon (il loro tour manager, n.d.r.) mi ha fatto segno che c’è già un altro giornalista”.
Già. Un altro giornalista. Ma qualche secondo dopo, nello spiazzo del Binario Zero di Milano (dove hanno suonato) Stuart è lì, sfacciato più che mai, a tirare calci al pallone, con la sua risoluta, granitica “young team”.
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