L’Italia ha cominciato a conoscerli solo di recente, con la pubblicazione del loro album di debutto “My own prison”. Ora, a pochi mesi dalla diffusione europea di tale disco, arriva il loro secondo disco. Non sono incredibilmente prolifici: è che stavolta l’album “Human clay” non è stato pubblicato in ritardo rispetto all’America. Dove i Creed rappresentano uno strano caso di “resistenza” rock all’era della musica-immagine. Ce ne parla Mark Tremonti, che con Scott Stapp è l’anima del quartetto della Florida. Non vi siete certo ammorbiditi, col secondo disco...
«Inizia duro, ma si stempera. Un brano dopo l’altro diventa più soft, un po’ come “My own prison”. E’ intenzionale».
Come penso tu sappia, molta gente per descrivere la vostra musica fa paragoni coi Pearl Jam.
«Sì, all’inizio la gente lo faceva. Poi, dopo che abbiamo passato un po’ di tempo al numero uno in classifica, hanno smesso di farlo... No, seriamente: non penso che dipenda dalla struttura delle canzoni. Ci sono due fattori che possono suggerire il paragone: la voce di Scott e la musica che io scrivo. Lui è cresciuto ascoltando U2 e Doors, mentre io vengo da un background heavy metal: Metallica, Slayer, Celtic Frost, Black Flag...».
Poi ci sono i testi, che decisamente sono particolari. Fa uno strano effetto sentire una musica così hard, e testi così intimisti, spirituali direi.
«Io e Scott siamo una strana coppia, ma l’insieme funziona».
Leggendo i testi, mi pare che questo disco sia imperniato sulla fine della gioventù.
«Oh, sei il primo che se ne accorge. Diciamo che... non ci sentiamo più giovani! Sentiamo un sacco di responsabilità. Da qualche tempo, molti aspetti della nostra vita che prima affrontavamo in modo assolutamente indifferente, ci sono apparsi più importanti... Anche il nostro essere un gruppo rock, se vogliamo. Non è più un divertimento, è una cosa che prende le nostre vite. Ci dà tantissimo, ma richiede anche tanto. In un modo che prima non avremmo pensato».
Qualche tempo fa avete voluto precisare di non essere una “christian band”. A parte il nome, pensi che l’impressione sia stata destata dal fatto che le liriche di Scott cercano di esprimere qualcosa di diverso da quelle del rock da FM?
«Soprattutto, ci premeva dire che noi non abbiamo, contrariamente a quanto dice il nostro nome, un “Credo” da offrire, non ci sentiamo di predicare. Ci siamo trovati a fare i conti invece con molta gente che sembrava investirci di questo ruolo. La gente deve pensare con la propria testa, e non seguire un gruppo rock. Nei testi delle nostre canzoni ci può essere un po’ di poesia, un po’ di riflessioni, un po’ di ispirazione. Ma non ci sentiamo di predicare altro che non sia: “Provate voi a trovare le risposte”».
Cosa intendete dire con “You’re holdin’ us down”? Chi è che ci reprime?
«Quella canzone, “What if”, parla dei mass media. Ci tengono a bada a loro piacimento. Anzi, provano a farlo. Non sempre hanno successo. Ma fanno dannatamente bene il proprio lavoro...».
Vale anche per i gruppi rock?
«Assolutamente, e molti si adeguano al gioco».
Si direbbe che il rock in America sopravviva nelle sue forme più estreme. Marilyn Manson, Hole, Limp Bizkit, Korn. Gente che “alza il volume” per farsi sentire.
«Ecco, questo viene a proposito, riguardo al discorso di prima. Ai media interessano solo sex appeal e provocazione. Se ci stai attento, la tv e i giornali non mettono mai le cose sul piano musicale: è stata l’overdose a far sì che si accorgessero di Kurt Cobain. Della musica, non gli frega niente».
I Creed soffrono di questa cosa?
«No, e lo sai perché? Perché noi abbiamo venduto 4 milioni di copie di “My own prison”; Courtney Love ha venduto un milione e mezzo di copie del suo ultimo disco. Ma lei è una star, un personaggio, ed è questo che conta, e credo che alla fine anche lei valuti maggiormente il fatto che la gente la riconosca per strada, che non il fatto che la gente apprezzi la sua musica».
Sì... ma questo vuol dire che il rock come lo conoscevamo è finito?
«No. C’è ancora qualcosa di puro, in molte band che giorno dopo giorno suonano in un garage, e poi danno tutto quello che possono nei locali, suonando per gente che non pretende da loro uno spettacolo da circo, ma onesto rock’n’roll. Ecco, finché rimarrà vivo questo spirito in chi suona e in chi ascolta, rimarrà vivo il rock».