Goodbye n9vecento, quanto tempo quanto tempo....

Il maestro dell'amore si racconta: ecco cos'è venuto fuori da una (lunga) chiacchierata con Antonello Venditti, che a 50 anni compiuti da pochi mesi ha pubblicato un nuovo disco, "Goodbye n9vecento", sta per diventare nonno per la seconda volta e sogna di imparare a nuotare.

Antonello, partiamo dal titolo del disco. In che senso "Goodbye N9vecento"?
«E' un saluto globale al mondo. Ultimamente mi sono interessato molto ai movimenti cosmici, alla vita del nostro pianeta. E alla fine mi sono convinto di una cosa: tutto gira attorno a due piani paralleli. Da un lato ci sono i piccoli gesti quotidiani, l'amore concreto e reale per una persona, le cose minute, a volte anche meschine, che contraddistinguono la vita di ogni uomo. Dall'altro, invece, ci sono i grandi movimenti, appunto. La Storia con la esse maiuscola, l'Amore, la Vita e la Morte. La Coscienza. Tutto inteso come qualcosa di ideale, di elevato. Mi affascina l'idea di continuare a confrontare i due piani».

Per questo hai messo i pianeti in copertina…
«I pianeti rappresentano la situazione astrale dei cieli di Roma il primo gennaio del 2000».

Non so se c'è qualcuno che adora Roma più di te.
«E' che a Roma tutte le cose si animano. Certo, le persone sono vive; ma sono vive anche le fontanelle, le statue, i palazzi. E' una città che amo pazzamente».

E cos'altro ami?
«L'amore. Sono innamorato dell'amore. Del resto, con tutte le canzoni che ho scritto sull'argomento, bisogna ammettere che sono un esperto».

Anche in "Goodbye n9vecento" ce ne sono almeno tre, sul tema.
«Almeno. Di sicuro "Lula", "Che tesoro che sei" e "V.A.S.T."; ma comunque, quello dell'amore è un tema che ricorre sempre, in tutte le canzoni che scrivo. Che poi io la penso in maniera particolare, sulla questione...»

Cioè?
«Cioè penso che nel momento in cui tu dici "Ti amo" a una persona, l'amore vero è già finito. E' meglio non dirsele, le cose. Il mio è un consiglio che viene dall'esperienza. Meglio guardarsi negli occhi, oppure sfiorarsi le labbra con un dito. Meglio, insomma, restare in movimento».

Che tutto sia movimento, dunque.
«Non a caso amo molto le navi».

Per questo hai intitolato una delle tue nuove canzoni "Su questa nave chiamata musica".
«Be', lì la nave è intesa come il luogo in cui trovano posto un po' tutti. Amici, colleghi, persino la stampa. E la canzone ha quel titolo per il semplice fatto che io faccio musica. Se fossi falegname, probabilmente il titolo sarebbe stato "Su questo parquet fatto di legno"».

Carino. Più probabilmente, se fossi stato falegname non avresti fatto canzoni.
«Giusto. Ad ogni modo, con questo brano ho voluto salutare un caro amico che non c'è più: Fabrizio De André. Fino a due anni fa ci vedevamo sempre in Sardegna, tutte le estati. Io andavo a trovarlo con la mia barca - quella vera - e poi mangiavamo assieme al ristorante. Se fosse ancora qui lo riempirei di carezze».

Questo disco, come tutti quelli che hai pubblicato dal '92 in poi, è dedicato a tuo figlio Francesco Saverio.
«Sono anni che lo faccio. C'era un periodo in cui ci vedevamo poco, e con le dediche sui dischi io volevo dirgli, sostanzialmente: "Guarda che non sono stato con te perché stavo scrivendo queste canzoni". Ora invece ci parliamo molto di più. Tra noi non ci sono cose non dette. Sono fiero di lui: ha 23 anni, e sta per diventare padre per la seconda volta. E io sto per diventare di nuovo nonno».

Nell'album, poi, c'è un'altra canzone dedicata a una persona: Zeman, l'ex allenatore della Roma.
«Sì, perché il calcio è l'altro mio grande amore. E Zeman è un simbolo, anzi: è un'ideologia. Che uno può apprezzare oppure no, ma che comunque rappresenta dei valori».

Quali valori?
«Quelli della solidarietà, dell'onestà, della lealtà. Zeman è uno che per difendere le sue idee non ha esitato a schierarsi con i perdenti. Per me è un eroe».

Gli eroi perdono sempre?
«Generalmente sì, e a volte perdono anche la vita. Non ce n'è molti di eroi, oggi. Siamo in una società in cui devi sempre essere il migliore, il più forte. In cui devi avere i soldi, per fare le cose: se non li hai, non puoi nemmeno permetterti di navigare su Internet, che pure è un mezzo meraviglioso. Se perdi sei uno sfigato. Se perdi, sei di sinistra».

Prego?
«Essere di sinistra oggi significa schierarsi dalla parte del debole, mettersi contro il potente. Contro chi vuole schiacciare gli altri».

A parte queste considerazioni un po' cupe, tu resti sempre un grande ottimista.
«Sì; penso soprattutto di essere molto fortunato. Chiedimi chi vorrei essere».

Chi vorresti essere?
«Quello che sono. Mi piace quello che faccio. Non vorrei essere nulla di diverso. Ho fatto un disco nuovo, e sono felice. Non è una sfida, ma un'avventura».

Disco nuovo, suoni nuovi. Ci sono certi pezzi, in quest'album, che si aprono con la chitarra - e ci si chiede dove siano finiti i tuoi pianoforti. Ci sono altri brani in cui la tua voce è quasi coperta dagli strumenti.
«Verissimo. Tutto voluto, comunque. Per "Goodbye n9vecento" ho voluto dei musicisti che non fossero i miei soliti amici. Età media trent'anni: quindi giovani, e allo stesso tempo con un'esperienza alle spalle. Poi, ho voluto gente che fosse "libera da Venditti"».

Cosa vuoi dire?
«Che se avessi chiamato altre persone, queste mi avrebbero detto esattamente quello che volevo sentirmi dire. C'è gente che mi conosce benissimo, ormai. Gente che non mi contraddice mai. Ecco, io volevo qualcosa di diverso: volevo qualcuno in grado di dirmi che non era d'accordo con me, eventualmente».

In effetti in questo disco qualcosa è cambiato, rispetto al passato. Forse l'intera atmosfera.
«Pensa che certi mi hanno detto: "Antone', ma dove sei finito? Questa non è roba tua". Altri, invece, mi hanno "riconosciuto". Adesso aspetto di vedere come andranno le cose. Vorrei che questo disco fosse stra-ascoltato, stra-cantato, che se ne parlasse. Comunque sono contento del risultato: contento della mia musica».

C'è qualcos'altro che ti piace, tra quello che senti in giro?
«Sì. A sorpresa, cito il Piotta. Poi Alex Britti, Davide De Marinis. Mi sembra che la musica italiana si stia muovendo: che dietro a queste persone che ho citato, ma anche ad altri, ci siano delle idee. Finalmente...»

Per finire, una domanda classica: sogni, progetti, aspirazioni?
«Mi piacerebbe imparare a nuotare. Se sapessi farlo prenderei coraggio, salirei definitivamente su una barca e mi metterei a girare il mondo. Fermandomi nei porti quando ne ho voglia, per fare un concerto».

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