Sin dal loro primo album, “Loop”, si sono messi in mostra come uno dei nuovi gruppi più originali e significativi della scena musicale italiana. Il live pubblicato successivamente e, di recente, il nuovo album di studio “Metaversus” confermano l’impressione avuta ormai due anni fa, e lasciano pochi dubbi sulle qualità di questo gruppo. Napoletani, capaci di miscelare come pochi il reggae, il dub, la canzone napoletana e alcune sane istanze di matrice rock, condendo tutto con contenuti ‘antagonisti’ ma senza avere la pretesa di parlare a nome di qualche movimenti, i 24 grana mettono in mostra tutta la propria onestà e confusione nelle parole di Francesco Di Bella il cantante del gruppo impegnato con un gruppo di giornalisti nella chiacchierata che segue.Come vi sembra che sia stato recepito il disco?
A giudicare dall’accoglienza riservataci dagli addetti ai lavori direi bene. Siamo curiosi di fare un bilancio alla fine del prossimo giro di concerti…che sono la fonte principale di valutazione.
Cos’è esattamente “Metaversus”?
Volevamo rappresentare la fine di un momento di collettività che abbiamo vissuto all’inizio degli anni ’90 e che poi è andato lentamente scemando. E’ una cosa che noi avvertiamo molto forte ad esempio in una città come Napoli, frequentando ambienti e situazioni che conosciamo. La coesione dei ragazzi è venuta meno, e ognuno si è lasciato cadere nel mondo delle ‘opportunità’, in cui alla fine ci si distacca da un gruppo per ottenere dei vantaggi come singoli. Per carità non è tutto così, anzi, ci sono ancora gruppi compatti che fanno un certo tipo di attività, però l’atmosfera non è più quella di 10 anni fa. Ci sembrava giusto affrontare questo tema ‘da grandi’ nel nostro nuovo album perché alla fine questo è quello che ci gira intorno al momento e che ci preme raccontare. “Metaversus” è un disco molto omogeneo, con il quale abbiamo dato spazio alla nostra voglia continua di comunicare. D’altra parte, pur facendo i musicisti, non crediamo affatto di avere le spalle coperte: noi ci sentiamo precari come i ballerini licenziati dal San Carlo di Napoli durante le rappresentazioni di “Rock”, lo spettacolo del quale abbiamo curato le musiche. E’ importante essere sinceri con se stessi, dal nostro punto di vista, soprattutto visti i nostri trascorsi: abbiamo iniziato criticando il sistema e ci siamo resi conto che parte di questo egoismo primordiale è anche dentro di noi, e che vogliamo fare anzitutto i musicisti. Da questo punto di vista crediamo anzi che l’uomo nasca per sua natura ‘egoista’, cioè concentrato su se stesso e su una serie di obiettivi come il possesso, la proprietà, che poi danno vita alle guerre. Da questo punto di vista, l’uomo per indole non ha molte speranze.
Che legame c’è tra il titolo del vostro disco e il libro omonimo che parla di questa umanità egoista, che cerca solo la propria soddisfazione?
C’è sicuramente un parallelo tra quel libro e certe cose che volevamo dire. Anche cercare un riferimento letterario, come abbiamo fatto noi, può essere un modo per spiegare le cose. Soprattutto visto che cantiamo anche in dialetto e quindi non è che siamo proprio comprensibilissimi, però mi sembra che siamo riusciti a dire le cose che avevano in mente. Del resto il nostro lavoro è proprio quello, comunicare e provocare, in chi ci viene ad ascoltare ad un concerto, una piccola alterazione di coscienza, come quando ti fai uno spinello. Non ci piace l’idea di concerto con gli spettatori da una parte e il gruppo che suona dall’altra…
Questa è una cosa di cui sentite il bisogno…
Sì, ma non per sentirci gratificati, direi più per verificare il senso di appartenenza a qualcosa, a un gruppo di persone.
Eppure dall’immagine che date tramite il disco sembrate volervi nascondere: niente foto, scritte minimali…
Be’, a parte il fatto che non siamo bellissimi, sono i contenuti quello che ci interessa. Se dovessi spiegare il disco a un ragazzo di 14 anni, a un mio cugino, gli direi: “Aspettati il peggio dalla vita”, perché in questo momento ci siamo resi conto che delle alternative reali a questo malessere non ci sono. Ci sono state possibilità, teorie, Bakunin, Marx, ma sono cose che risalgono a fine ottocento e in cui trionfa l’ideale romantico. Nel ‘900 la cultura ha capito il cambiamento, mentre le masse popolari sono state prese per il culo con le varie rivoluzioni: nel ’52 nessuno ha detto che con la morte di Stalin il comunismo finiva per sempre in Unione Sovietica. La stessa cosa è successa in Cina quando è morto Mao Tse Tung. Quando noi, all'inizio degli anni '90, con la Pantera e altri movimenti di protesta, ci siamo trovati di fronte ad una situazione in cui ci sembrava di poter fare qualcosa, pur senza conoscere le situazioni precedenti che avevano dato vita a qualcosa di rivoluzionario, ci siamo resi conto che i contenuti che stavamo portando avanti erano già troppo annacquati da trent’anni di americanizzazione. Non siamo riusciti a cambiare niente, non avevamo gli strumenti, forse non c’era neanche una classe ideale di riferimento. Anche il cosiddetto proletariato, la classe sociale più bassa, quelli che stanno veramente male, ha cambiato i propri connotati: non si può continuare a parlare di contadini e metalmeccanici, le cose sono cambiate.
Pensate che le vostre canzoni siano di qualche aiuto, in questo senso?
Non lo sappiamo…difficile dire tutto quello che pensiamo e viviamo in 73 minuti. Di certo ci proviamo, con tutte le nostre contraddizioni: in questo momento ci rendiamo conto di vivere in una cultura egocentrica e quindi di essere egocentrici anche noi. Quindi vado a fare concerti, creo un qualcosa di collettivo, però poi alla fine è anche vero che intasco i soldi e sono contento. Però dal momento che è così come faccio a mettermi sul piedistallo e dire come dovrebbero andare le cose? Preferisco fare una piccola autocritica come in questo disco, rendere conto anzitutto a me stesso di come vanno le cose. Dopotutto noi siamo il prodotto di un contesto, espressione di quello che sta succedendo adesso, e quello che sta succedendo adesso fa schifo noi esprimiamo anche quello. Poi sono anche orgoglioso di quello che faccio, però più mi sento orgoglioso e più mi sento sbagliato. E’ un mondo nel quale è scesa di molto la capacità di sopportazione, in cui sopportiamo tutto e niente, giudichiamo le persone in un attimo senza motivo, in cui tutto si contraddice, in cui bene e male non sono così separabili.
E a quale comunità allora ti senti in qualche modo legato?
La comunità dovrebbe ricoprire un ruolo più ampio, collegare tra loro individualità e movimenti. Ascoltare musica è bello, ti risolleva l’anima, però è una cosa che ti fa distrarre. Alla fine ti distrai per disperazione, pensi al tuo. La tecnologia ti offre sempre più comodità, ti permettere di stare di più da solo e ti controlla maggiormente. La comunicazione è sempre stata soggetta al controllo da parte dell’autorità, sin dai tempi degli antichi oratori. La stampa, la radio, la tv, internet… sono mezzi attraverso i quali viene esercitato il controllo adesso.
Oggi però anche la musica è molto influenzata dalla tecnologia: voi che rapporto avete con i computer da questo punto di vista?
Ci sentiamo dei musicisti giocattolo. Sappiamo usare l’elettronica perché siamo stati la prima generazione cresciuta con questo tipo di strumenti diffusi comunemente. Prima i musicisti erano artigiani, e adesso invece con i computer puoi fare tutto da solo, assemblare le canzoni con una macchina che fa tutto per te. Ognuno può fare quello che cazzo vuole, ormai.
E non pensi che proprio questo sia il trionfo dell’artigianato?
No, perché qui le cose vengono fatte senza quell’amore proprio dell’artigiano, ma quasi montate in serie con l’ausilio di un computer. Degli artigiani veri e dei musicisti veri ormai non importa niente a nessuno.
Ma non è vero… e poi comunque le macchine facilitano la creatività…
Sì, ma tanto a cosa serve? Se produci musica da solo, se la fai per te stesso, alla fine perdi il tuo ruolo sociale.
Ma non è così! Un conto è registrare musica da soli, un conto non scambiarla con nessuno. La produzione è diversa dalla distribuzione e dalla diffusione…
Sì, ma alla fine lo sai cosa succede? Che la gente si attacca al computer, alla playstation, a internet e si dimenticano di tutto il resto. Stanno lì nella loro stanzetta e si fanno le pippe con la tecnologia. In verità gli unici che riescono ad avere un po’ di forza sono quelle persone che agiscono in gruppo, perché si sentono parte di qualcosa, di un branco, come i gruppi di punk che vivono per strada…
Ma non pensi che il confronto alla fine sia sempre e soltanto individuale, per tornare all’egoismo da cui siamo partiti?
Sì, però lo stare insieme fa sentire di meno la paura. Chi vive da solo ha paura, non può fare molto per cambiare le cose. Noi siamo fortunati, se non altro, perché abbiamo la musica. Non dico che sia cambiato tutto, però la musica ci serve per stare bene. Anche se aver fatto tre dischi non significa riuscire ad eliminare tutta la merda che hai intorno, soprattutto quella che ti riguarda. Dobbiamo crescere ancora tanto, comunque, per imparare a formalizzare e a comunicare le nostre idee musicali. Il nostro è veramente un work in progress, e in questa fase si soffre di più perché devi imparare a osservare la gente, a guardarla in faccia, e a relazionarti attraverso di essa con un mondo che non ti piace. Magari prendi la metropolitana e ti basta uno sguardo sulle facce di chi la prende, immaginare le loro vite, a cosa pensano mentre tornano stanchi e stressati verso casa, per farti andare storte le cose. Se mi guardassi dall’esterno mi farei pena pure io.
Cosa ispira la vostra musica?
Ci lasciamo ispirare dalle cose: ad esempio ci siamo fatti un anno di tour e al momento del tramonto cominciamo a guardare i colori. Il tramonto e l’alba sono momenti particolari, è come se le cose ti chiamano per mettersi in evidenza. Ecco, da cose così possono nascere le nostre canzoni, che poi finiscono per essere anche loro un’alterazione di coscienza. Come l’hashish, che ti dà una leggera alterazione di coscienza con la quale puoi convivere, mentre la politica no, internet no, l’eroina no, ti assorbono troppo e ti modificano la coscienza.
Quindi torniamo al punto che le droghe leggere sono la soluzione dei problemi?
No, però è giusto creare una cultura su questa cosa, fatta di consapevolezza, dal momento in cui ai ragazzi vengono date tante informazioni sarebbe forse il caso di informarli anche su questo. E’ un fenomeno sociale, che una volta si viveva con il tabacco, e adesso con le canne. Una volta il tabacco non trattato provocava una leggera alterazione della coscienza, poi è arrivato il monopolio di stato e le cose sono state messe sotto controllo. Comunque le droghe leggere sono molto diffuse nel giro di persone che conosco, per cui penso che questo sia un fenomeno che vada considerato nella sua importanza.
Che cos’è per te lo spinello?
Un modo di stare bene, che ti provoca una leggera alterazione di coscienza, come mangiarti quello che ti piace. In definitiva è un atto individualista. Basta con questa cazzata delle droghe socializzanti, anche lo sciamano che pensava alla comunità prendeva comunque droga da solo.
Quanto vi considerate musicisti?
Sicuramente quando componiamo e suoniamo ci sentiamo musicisti. Però non è uno status che accompagna tutta la tua giornata. Non tutto quello che fa parte della tua vita finisce poi nella tua musica, però è anche vero che più diventi bravo più riesci a mettere te stesso nei dischi che fai.