Un album di musica tradizionale che in Italia ha scalato le classifiche di vendita come i più importanti prodotti internazionali. Un film che è diventato un fenomeno di massa, tanto da far sì che il Buena Vista Social Club, alla fine, sia approdato nel nostro paese per una serie di concerti. Il feeling tutto particolare che unisce l’Italia e Cuba è stato celebrato dal successo di questo progetto, che vive del lavoro di alcuni grandissimi artisti, fino a qualche anno fa quasi dimenticati in patria: Ibrahim Ferrer (di recente tornato alla ribalta con un album solista), Compay Segundo, Omara Portuondo, Rubén Gonzales, Pio Leyva – solo per citare i principali – diretti e affiancati da un’accoppiata d’eccezione, quella composta dal chitarrista Ry Cooder e dal regista tedesco Wim Wenders. Un progetto salutato con commozione ed entusiasmo dal pubblico di tutto il mondo, e che racconta senza retorica le incredibili storie personali dei musicisti e al tempo stesso svela il segreto del fascino senza tempo di questa musica. L’intervista che segue – e in cui Wim Wenders racconta accuratamente la nascita e lo sviluppo del film - è stata realizzata per il press kit di presentazione del film dall’etichetta discografica che ha pubblicato l’album “Buena Vista Social Club”, la World Circuit*.Qual è stato il motivo che ti ha portato a girare un film su dei musicisti cubani? Avevi ascoltato l’album oppure sei stato influenzato dall’entusiasmo di Ry Cooder per il progetto?
E’ stato l’entusiasmo di Ry e il suo desiderio di ritornare all’Avana al più presto possibile a rendermi curioso. Ry e io eravamo al lavoro sulla colonna sonora del film “The end of violence”, a Los Angeles. Era appena tornato da Cuba dove aveva registrato Buena Vista Social Club e mi ha consegnato una cassetta con la versione ancora ‘rough’ del disco. Sono stato immediatamente catturato da quella musica e alla fine non ho fatto altro che ascoltarla per mesi, ogni giorno. Così ogni qualvolta vedevo lo sguardo di Ry farsi di vetro capivo che era partito per uno dei suoi viaggi con la fantasia e che probabilmente si trovava all’Avana. Mi ha raccontato tutte le incredibili storie di Rubén, Compay e Ibrahim, e mi ha portato libri e fotografie di Cuba. Così alla fine gli ho detto: «Fammi sapere quando ci torni, così verrò con te». E questo è quello che abbiamo fatto, quando, due anni dopo, è tornato all’Avana per registrare l’album di Ibrahim Ferrer.
Ti attraeva di più la bellezza di storie come quelle di Rubén Gonzalez e Ibrahim Ferrer, o quella della musica?
Non riuscirei a separare le loro vite e la storia dalla musica. Quella musica è così emozionante e piena delle loro vite che non è possibile separare le due cose.
La musica ha sempre giocato un ruolo molto importante nei tuoi film. Quando hai ascoltato per la prima volta l’album “Buena Vista Social Club”, cosa ci hai trovato di speciale?
Quello che ho provato quando ho ascoltato l’album per la prima volta, senza avere la minima idea di chi fossero i musicisti, è stato un grande senso di leggerezza, di gioia e di abbandono liberatorio. E c’era anche un profondo sentimento di maturità e di onestà in quella musica, come in nessun’altra musica che conosco.
Hai lavorato con altri musicisti tra cui gli U2 e Nick Cave, per non dire che hai iniziato la tua carriera come giornalista rock. Come regista che ruolo ha la musica nella tua vita?
La musica è una fonte continua di ispirazione ed energia. E la mia parte preferita di tutto il processo di realizzazione di un film è il tempo prezioso che trascorri facendo l’editing, quando vedi le immagini e la musica sposate insieme per la prima volta. Quale che sia stata la fatica per realizzare il film, quel momento da solo fa sì che ne sia sempre valsa la pena.
E di quali tecniche speciali o di che tipo di approccio ha bisogno un film che parla di musica? Deve essere molto diverso da film come “End of violence”…
Certo. Ma è anche molto diverso dal fare un semplice documentario. Rubén, Compay, Pio, Omara e Eliades sono diventati sempre più come dei personaggi, e quando alla fine siamo arrivati a New York, è stato come aver dato il finale alla storia che avevamo raccontato. Ho fatto diversi documentari, come “Tokyo-Ga” o “Notebook on cities and clothes”, ma quelli erano resoconti molto più personali. In “Buena Vista Social Club” ho cercato il più possibile di rimanere uno spettatore obiettivo. ‘Tecnica’? Abbiamo girato su digi-beta e quasi interamente con delle steadicam, cosa che ci ha garantito una certa fluidità e immediatezza. E l’approccio era semplice: cercare di rendere giustizia a questa gente incredibile e lasciare che la musica parlasse da sola. Ma non credo che tecnica e approccio possano definire un film. Quello che conta, alla fine, è l’attitudine della gente che c’è dietro una macchina da presa nei confronti di quelli che stanno davanti. Così spero che si capisca che li amavo, e spero che la loro umiltà e generosità non sia mai stata sfruttata in modo negativo da noi.
La prima volta che hai lavorato con Ry è stato nel 1984 per “Paris, Texas”. Perché è trascorso tutto questo tempo prima che tornaste a lavorare insieme per “Buena Vista …” e “End of violence”?
“Paris, Texas” è stata un’esperienza così forte in termini di immagini e musica che si completavano a vicenda, che alla fine avevo paura di rovinare quel risultato cercando in qualche modo di ripeterlo. Ma poi dodici anni mi sono sembrati un intervallo di tempo sufficiente. Credo che entrambi fossimo più che contenti di tornare a lavorare insieme.
Ci sono difficoltà tecniche o logistiche nel filmare a Cuba?
Abbiamo ricevuto un discreto aiuto dall’ICAIC, il dipartimento governativo che si occupa del cinema. Naturalmente l’equipaggiamento è un problema, perché tutto è vecchio e non necessariamente ben tenuto. I cubani stanno soffrendo pesantemente, in tutti gli aspetti della loro quotidianità, la mancanza delle cose anche più elementari a causa di quell’embargo obsoleto e anacronistico che è ancora in atto.
Definiresti “Buena Vista…” un documentario? Visto che sembra essere qualcosa di più – un film sulla musica in cui immagini e suoni sono legati indissolubilmente…
L’ha detto. Chiamiamolo “musicomentario”.
Hai iniziato a scrivere un soggetto e un trattamento per il film che avevi in mente oppure si è sviluppato in modo organico una volta arrivato a Cuba?
Non ero mai stato a Cuba! Così per forza di cose avevo una certa idea relativamente a cosa avrei girato e a come organizzare certe idee, ma una volta lì, tutto si è svolto molto rapidamente, e insieme a Jorg, il direttore della fotografia che era anche l’addetto alla steadicam, abbiamo lavorato su programmi organizzati giorno per giorno, scoprendo posti e locations mentre andavamo avanti con le riprese.
In che modo hai inframmezzato alle immagini del concerto le riprese girate all’Avana?
Mentre eravamo impegnati a girare all’Avana, sapevamo anche che ad aprile saremmo andati ad Amsterdam per filmare l’unico concerto che la band aveva in programma. Così ci siamo concentrati sul nuovo album e le nuove canzoni che Ry, Nick, Jerry e Juan De Marcos stavano registrando agli studi EGREM, ancora con lo stesso cast di musicisti, ma questa volta con Ibrahim come cantante solista. E abbiamo cercato di trascorrere del tempo con ciascuno dei musicisti della band. Sapevamo che avremmo avuto la possibilità di filmare tutte le canzoni dell’album ad Amsterdam, e avevo una vaga idea di come avremmo potuto mescolare i due diversi elementi. Non sapevamo ancora che a causa del successo fenomenale dell’album e dell’alone di leggenda che avrebbe presto circondato i concerti di Amsterdam, il gruppo avrebbe tenuto ancora un concerto, quello finale, alla Carnegie Hall di New York. Quando questa possibilità si è materializzata – e per un po’ sembrava molto difficile che il concerto di New York avrebbe potuto avvenire davvero – sapevo che saremmo andati lì e filmato anche questo. Mi sembrava che includendo New York tra le locations delle riprese sarebbe stato come chiudere un cerchio. Questo significava che avremmo dovuto mettere da parte dell’altro materiale, e visto che non avevo voglia di sacrificare molto delle immagini girate a Cuba, abbiamo deciso di non includere nel film le prove girate ad Amsterdam che da sole rappresentavano ben dodici ore di materiale. Eravamo già tornati da Cuba con oltre 50 ore di riprese!
Gente come Ibrahim e Rubén sembra avere una grazia e una dignità tutte naturali. E’ stato facile catturarle sul set? Probabilmente non è stato necessario parlare molto…
Dignità è la parola giusta. Avevamo problemi a controllare la loro energia, e se abbiamo dovuto fare qualcosa è stato calmarli ogni tanto. Al di là di questo erano sempre naturali, eleganti, intensi, divertenti e modesti.
Di fatto, il film sembra essere molto naturale. Qual è stato il punto di equilibrio tra l’approccio ‘casuale’ e l’atteggiamento più razionale del regista?
La steadicam ha richiesto a volte del lavoro specifico, ma visto che nel frattempo io filmavo con la mia piccola telecamera DV, Jorg ha deciso in piena autonomia come fare gran parte delle riprese, ed è stato fantastico. Abbiamo lavorato a ruota libera per tutto il tempo.
Qual è stato il ruolo di Ry nel film (al di là della musica)? Certo, lui era lì con i musicisti, ma ha avuto un ruolo più ampio nella scelta delle musiche giuste per accompagnare le immagini giuste?
C’è molta poca musica nel film che non viene ripresa mentre è suonata dal vivo. All’Avana Ry era profondamente coinvolto nelle registrazioni come produttore, e quindi è stato più facile girare le immagini dei singoli musicisti che avere a che fare con lui. Sono contento di averlo avuto a disposizione per quella mezza giornata in cui abbiamo girato le sequenze con la moto e quelle di lui, Ibrahim e Regla. Al di là di questo, Ry aveva da fare il suo lavoro come musicista e quindi non è stato coinvolto nelle riprese. Anzi, dopo qualche tempo si è capito che la nostra presenza nello studio stava iniziando a diventare un fattore di disturbo, così mi ha chiesto di lasciare le registrazioni per qualche giorno, così che loro potessero recuperare una concentrazione più intensa durante le sessions. Ed è stata una cosa che ho dovuto accettare, naturalmente. Ry è stato coinvolto maggiormente dopo, nel processo di editing. Ha mixato da solo tutto il materiale del concerto, ad esempio, ed ha contribuito molto nella scelta del taglio da dare al film, compresa l’idea della sua narrazione.
Cosa pensi che la gente possa ricevere dal film rispetto al disco?
Di certo spero che molta gente arrivi a conoscere questa musica favolosa attraverso il nostro film. E spero che quanti già conoscono e amano “Buena Vista Social Club” scoprano i musicisti che fanno parte di quel progetto e riescano a catturare una parte di quella cultura, così straordinariamente ricca. Cuba è un posto unico del nostro pianeta, ma entro breve sarà condizionata dalla cultura e dalla società internazionale e portata ad essere parte della cultura globale. Mentre adesso non è ancora così.
Ry ha descritto il progetto “Buena Vista…” come la più importante e bella esperienza musicale della sua vita. Hai dei sentimenti simili riguardo al film?
Mentre giravamo Ry e i musicisti cubani, ho avuto modo di rendermi conto quanto fosse vero il pensiero di Ry. Per quanto mi riguarda, non avevo mai fatto una cosa del genere. Non sono mai stato coinvolto nelle registrazioni di un disco, e non ho mai filmato un concerto prima.
Ry ti ha descritto come “un grande uomo di musica”. Puoi dirci qualcosa sulla tua cultura musicale e sui tuoi gusti?
Non suono strumenti, soltanto dischi. Nonostante abbia imparato a suonare il sassofono e il clarinetto, una volta. Non mi ha portato molto lontano, comunque, e il mio sassofono è finito in un negozio di pegni. Ma colleziono dischi e CD e ascolto molta musica. E sono un grande fans delle colonne sonore dei miei film, specialmente di “Paris, Texas” (con Ry Cooder) o “Fino alla fine del mondo” (con U2, Lou Reed, Peter Gabriel e molti altri), “Lisbon Story” (con i Madredeus) o “End of violence” (ancora con Ry, ma anche con U2, Michael Stipe, The Eels e altri). Mi piace molta musica, classica, blues, jazz e world, nonostante le mie radici siano ben radicate nella scena rock dei primi anni sessanta, con i Kinks, Van Morrison e i Them, i Pretty Things, gli Yardbirds, i Rolling Stones e i Beatles.
Quali sono i problemi particolari che un regista si trova a dover risolvere quando gira un film sulla musica?
Non penso di ave dovuto fronteggiare dei problemi particolari. Mi sentivo un privilegiato ad essere lì.
Puoi dirci qualcosa relativamente ai personaggi di Buena Vista – gente come Ibrahim, Rubén e Omara, ad esempio? Mi sono sembrati un sogno per registi, nel senso che probabilmente non avresti potuto inventare personaggi più interessanti…
Vero. Rubén ad esempio è un personaggio veramente divertente. Ry lo ha descritto come un incrocio tra Felix il gatto e Thelonious Monk, cosa molto vera! Pio Leyva è come Groucho Marx, per me, e mi piacerebbe fare un film con Omara come attrice. Sono sicuro che sarebbe bravissima. E Compay è sempre così enorme, con i suoi 92 anni e quella energia senza fine e la sua incredibile classe…
Sono naturali davanti alla telecamera?
Ma dai! Di certo erano consapevoli di tutte le volte in cui stavamo girando, ma senza per questo assumere pose finte o artefatte. Continuavano a fare quello che stavano facendo, con solo un po’ più di energia.
Ci sono dei problemi a girare un film a Cuba?
A volte l’elettricità veniva a mancare. E dare da mangiare alla crew può diventare un problema, visto che il cibo è un problema molto triste per i cubani, in questo periodo.
Il momento più divertente di tutte le riprese?
Rubén sull’Empire State Building.
Il più profondo?
Ibrahim che parla di sua madre.
Hai un’immagine preferita all’interno del film? Qualcosa in cui ti sembra di aver riassunto lo spirito della musica e dei musicisti con una sola inquadratura?
Alla fine di “Silencio”, durante le immagini girate ad Amsterdam, Omara ha iniziato a piangere, e Ibrahim con molta dolcezza ha iniziato ad asciugarle le lacrime.
*Si ringrazia l’ufficio promozione stampa della I.R.D. (Marco Grompi, Davide Sapienza) per la gentile collaborazione.