In concomitanza con i suoi tre concerti al Teatro Comunale di Firenze (23/24/25 luglio), Rockol vi offre una lunga intervista rilasciata da Tom Waits al giornalista Rip Rense per la realizzazione del press kit di “Mule variations”. Si parla del nuovo album, ma come al solito si finisce per svelare la natura e le qualità di Tom Waits, a tratti veramente irresistibile nelle risposte. E’ un’intervista talmente lunga e approfondita da meritare di essere divisa in due puntate, la seconda delle quali sarà su Rockol a partire dal 24 luglio 1999.Sei davvero, come recita la canzone che apre l’album, “Famoso in Giappone”? Come lo sai? Ci sei mai stato?
Mi immagino emergere nel porto, mentre strappo via i tralicci della luce, sollevo automobili, avanzo come Godzilla e rado al suolo Tokyo. Ci sono persone famose in Giappone, che nel resto del mondo non sono nessuno. E’ come andare su Marte. E’ anche una specie di robivecchi dello spettacolo. Puoi andare in Giappone e trovarci gente di cui non avevi più notizie da circa vent’anni, che adesso vive lì ed è considerata una sorta di divinità. E ci sono tutte queste persone che da noi non fanno pubblicità perché hanno un’immagine di classe, e quando invece sono là portano in giro sigarette, biancheria intima, sushi, whiskey, occhiali da sole, auto usate, tovaglie da spiaggia.
L’attacco di “Big in Japan” ha uno dei suoni più sorprendenti che tu abbia mai messo su disco…
Ero in un hotel, in Messico, e avevo soltanto un piccolo registratore a cassette. L’ho acceso, e ho iniziato a urlare e a picchiare colpi su questo cassettone, fino quasi a dargli fuoco, cercando di dargli un suono pieno, come di una band. E ho salvato quel suono. Questo è accaduto diversi anni fa. Lo tenevo su una cassetta, ed ero solito riascoltarlo e ridere. Sembrava di ascoltare un tizio da solo in una stanza, come era davvero, tentando di fare il possibile per suonare come una band ad alto volume. Così l’abbiamo attaccato all’inizio del disco.
In ogni caso quella canzone trasforma il mio gatto di 15 anni, molto docile, in una belva ostile: quando la sente inizia a correre su e giù per la casa, facendo cadere tutto.
Davvero? Per lui deve essere una terapia. C’è tutta una fascia di pubblico ancora da scoprire. Quella dei gatti di casa americani.
Chi ha scritto le canzoni di “Mule variations”?
Mia moglie Kathleen e io abbiamo collaborato praticamente per tutti i brani. Delle sedici canzoni presenti sul disco ne abbiamo scritte insieme 10 o 11. Lavoriamo insieme ormai dai tempi di “Swordfishtrombones”. Io sono colui che procaccia il cibo, lei lo cucina. Dice: «Portalo a casa, che a cucinarlo ci penso io». Credo che ci affiliamo l’un l’altro, come coltelli. Lei ha un’immaginazione senza paure. Scrive testi che sono come sogni, e mette il cuore in tutto quello che fa. La amo davvero. Non c’è nessun altro a cui do altrettanta importanza, nella musica come nella vita. E ha un grande senso del ritmo, e trova melodie che sono intriganti e strane. Molti dei cambiamenti più significativi che ho intrapreso tanto musicalmente quanto dal punto di vista personale sono iniziati quando ci siamo conosciuti. E’ la persona da cui traggo il metro per misurare tutte le altre. E’ la persona che vuoi con te se dovessi dividere una buca con qualcuno. Non ama le luci della ribalta, ma sento la sua presenza incandescente su tutto ciò a cui lavoriamo insieme.
Cosa ti ha riportato in studio? Erano passati diversi anni dall’ultima volta…
Fondamentalmente, l’unica ragione che ti porta a scrivere nuove canzoni è che sei stanco di quelle vecchie. Butti via qualcosa e ti procuri dell’altro. Non ho avuto una visione, comunque. Di solito le cose cominciano con qualcosa di divertente. Trovo qualcosa che mi diverte e la lascio passare attraverso la mia testa, insieme a un sacco di altre cose. Centinaia di melodie e idee attraversano la mente mentre non scrivi. Devi soltanto lasciare che si facciano più chiare. Quando iniziamo a scrivere, mettiamo una piccola diga e iniziamo a raccoglierle. E’ la vecchia teoria del retino per farfalle.
Com’è lo studio in cui lavori abitualmente?
Si chiama “Prairie Sun”, e si trova in una piccola città. E’ in un ranch di polli vicino a un bosco. Qual è il bello? Che fra un pezzo e l’altro puoi pisciare di fuori. Quello è il vero motivo per cui ci sono tornato. Direi che è una delle principali attrattive, per uno studio. Al punto che lo hanno scritto sulla loro brochure. Questo è il motivo per cui ci torno, insieme al fatto che del ranch si occupa Clive Butters, che adesso è anche un membro dei Boners.
Una delle cose più belle, relativamente a questo e ai tuoi più recenti album, è il suono del pianoforte. Suona come un verticale vecchio e rovinato, quasi come uno di quelli su cui si fanno gli esercizi. E si sentono tutti i rumori della stanza e quello del pedale. Forse il tuo è l’unico disco fatto negli ultimi dieci o vent’anni in cui si può sentire una cosa del genere, e il piano non suona come una tastiera digitale camuffata da gran piano da concerto lungo due metri.
Non credo che molta gente faccia caso a queste cose, ma io sì. Sono contento che tu ne abbia parlato. I pianoforti vanno registrati nella stanza giusta. Molti studi di registrazioni sono stati progettati in modo tale da mantenere fuori il mondo, e puntano sull’uso massiccio di rifrazioni e imbottiture e ogni tipo di espediente per dare forma alle onde sonore. A me non interessa. Abbiamo una vera stanza con un soffitto di legno, e un ottimo suono. Tutto quello che abbiamo dovuto fare è stato spostare il pianoforte da casa e portarlo fin lì. E’ un pianoforte che ho regalato a Kathleen molto tempo fa per il suo compleanno. E’ un Fisher (“pescatore”, o “peschereccio”, ndr), di New York. Lo usiamo per catturare quelli più grandi…
Hai dichiarato che questo album è influenzato profondamente dal blues. Alcune melodie sono cose molto semplici, come “Picture in a frame”. E altre suonano come i vecchi album di blues, con i rumori dei 78 giri e i fruscii – ad esempio “Black marcket baby” e “Lowside of the road”. Quanto è stato deliberato suonare più blues questa volta?
Non lo so, credo che sia il posto a cui continuo a tornare. Come forma d’arte ha infinite possibilità, tanto come ingrediente che – per così dire – come piatto completo. Sicuramente una parte dell’idea originale relativamente al disco era quella di fare qualcosa che fosse una via di mezzo tra il surreale e il rurale. L’abbiamo chiamato surrurale. Questo è il motivo per cui queste canzoni sono così surrurali! C’è qualcosa di vecchio in queste canzoni, eppure c’è anche qualcosa che disorienta, visto che non si tratta di un vecchio disco, fatto da un vecchio.
E cosa sei, a quasi sessant’anni?
Vuoi un pugno sul naso?
L’album è pieno zeppo di piccole storie e scenette, ed è notevole come, con soltanto un suggerimento o due, una frase o due, tu riesca ad evocare una storia. Per esempio, in “Cold water” e “Get behind the mule”, c’è una piccola storia dietro l’altra. Vai in giro con un bloc-notes e ti appunti queste piccole scene?
Se le dimentico, sono portato a pensare che non valesse la pena di ricordarle, mentre se non riesco a mandarle via dalla mia testa mi capita di decidere che allora vale la pena di lavorarci sopra. Sono meravigliato da uno come Leadbelly, che sembrava essere una fonte di musica. Quando ha iniziato a lavorare con Mose Ash, disse a Huddie che aveva intenzione di registrare tutto – le filastrocche che si ricordava, tutto. Gli ha detto, “alzati e fai un po’ di tip tap, e noi metteremo un registratore sul pavimento, e lo registreremo per il disco. E suona uno spremiagrumi, oppure raccontaci una storia su tua nonna”. Erano come dei concept-albums. Erano come album di fotografie, con le foto di quando sei un ragazzino. Amo il modo in cui si snodano le canzoni, il modo in cui lui sarebbe passato dal raccontare una storia sulla canzone alla canzone stessa, e che non ci sarebbe stato alcun intralcio nel momento in cui si sarebbe messo a cantare. Avrebbe potuto continuare a parlare per altri tre minuti e sarebbe andata bene lo stesso, davvero. Molta della litania nelle sue canzoni traeva spunto dalle ripetizioni: «Mi sono svegliato stamattina con l’acqua fredda, mi sono svegliato stamattina con l’acqua fredda…». E’ forma. Come le canzoni per saltare la corda, o quelle da urlare nei campi. Quello che ha fatto con John Lomax è uscita adesso su etichetta Rounder. E’ come ascoltare la storia del country di quei tempi.
Lo registravano mentre ballava il tip tap? Probabilmente nessuno ha più quel suono.
Aveva un ritmo tutto suo. Suonava come un assolo di Chic Webb. Semplicemente un paio di vecchie scarpe di cuoio e il pavimento dello studio. Ci sono cose che se venissero registrate oggi, be’, dovresti stare attento, per essere sicuro - come si suol dire – che non stiano tenendo l’osso e buttando via la carne. E’ molto facile che succeda, specialmente quando inizi a pensare in termini di qualcosa che deve essere pubblicata. E’ un po’ la stessa differenza che c’è tra quando cucini solo per te e quando inviti sette, otto persone a cena. Posso infilarmi un pezzo di pomodoro in bocca, poi un pezzo di pane e sono ok. Ma non posso invitare gente e infilargli pezzi di pomodoro in bocca, rispedirli a casa e ringraziarli per essere venuti. Cerco di mantenere un po’ di quell’atmosfera ‘cruda’ quando sto registrando. Questo è affascinante per la gente: a volte quello che va bene per te è ok anche per loro. Così cerco di non diventare troppo critico.
Come procedi nel lavoro una volta in studio?
Passiamo attraverso la solita furia della sala di registrazione. Questo va bene? O fa schifo? Certe canzoni le registriamo anche cinque volte, e poi magari finiamo per non metterle sul disco. Abbiamo finito per avere nove canzoni in più rispetto a quelle che andavano sul disco. Avevamo 25 canzoni, abbastanza per fare due dischi, anche se credo che fosse un po’ troppo materiale da digerire. Non so cosa faremo di queste canzoni, probabilmente verranno fuori in un modo o nell’altro.
Il tuo stile di scrittura in questi ultimi anni si è fatto più succinto Riesci a evocare più cose con meno parole. Hai qualcosa da dire a riguardo?
Be’, credo che queste siano le cose che cerchi di collezionare e di usare dopo. A volte non c’entrano niente l’una con l’altra, poi sei tu che inizi a metterle tutte insieme. Sai, le frasi giuste ti vengono in mente in continuazione. La gente le dice ogni giorno, ma appartengono sempre ad unaltro contesto. Così tutti diciamo cose che sono affascinanti, senza saperlo. E’ come guardare delle pietre dalla forma affascinante…
Esistono davvero una veranda di Beulah (‘Fell asleep on Beulah's porch’. . .da "Take it With Me") e una cucina di Evelyn (‘I wish I was home in Evelyn's kitchen/ with old Gyp curled around my feet’ da "Pony"), oppure sono soltanto cose che suonavano giuste per quelle canzoni?
Mia zia Evelyn è morta mentre registravamo il disco. Era la mia zia preferita. Lei e mio zio Chalmer avevano 10 figli, e coltivavano prugne e pesche. Vivevano a Gridley, e ci sono state un sacco di volte in cui sono stato lontano da casa, e ho pensato alla cucina di Evelyn. E so che ci sono molte persone che li amavano, che pensavano a quella stessa cucina. Questo è il motivo per cui l’abbiamo messa lì. Avevano un vecchio cane di nome Gyp. Quando scrivi canzoni, a volte ti alzi la mattina e inizi a cantare qualcosa mentre vai a lavorare. Non sai perché, e forse sono cose che vale la pena ricordare, forse no.
Ida Jane… Old Blind Darby… ci sono delle storie dietro ai nomi contenuti nelle canzoni di “Mule variations”?
Be’, sono tutte persone vere. Appartengono tutte alla storia, o almeno alla mia storia. O a lettere ricevute, a cose lette, o mezze ricordate.. oppure confezionate per l’uso!