CANZONI D’AMORE

Luca Beatrice

Voto Rockol: 2.5 / 5

Sono passati dieci anni da quando ho scritto (insieme a Riccardo Bertoncelli) e pubblicato con Rizzoli un libro, “Avant Pop”, in cui si raccontavano una per una le canzoni più significative del 1968. Da allora, sembra che i libri che raccontano le canzoni siano diventati un genere; a volte con buoni risultati, come in alcuni dei libri di Massimo Cotto; a volte con risultati eccellenti – come in “I migliori anni della nostra musica”, che ho già recensito qui - e a volte, invece, meno.

Luca Beatrice, giornalista torinese, non si occupa professionalmente di musica (per fortuna sua), ed ha avuto una bella idea: raccontarsi autobiograficamente (anche) attraverso le canzoni che hanno costituito la colonna sonora della sua vita.
Ma il risultato è meno felice dell’idea che lo ha generato. Non saprei dire cosa non ha funzionato nella realizzazione: forse, ma è un’impressione, il fatto che Beatrice si sia avvalso della collaborazione di una persona (Corinna Carbone) incaricata della ricerca delle fonti, gli ha messo in mano una quantità di materiale eccessivo, sicché finisce che le parti migliori e più gradevoli del suo libro siano quelle esplicitamente autobiografiche, mentre quelle che più direttamente riguardano le canzoni e i cantanti risultino didascaliche, sovrabbondanti, e a volte diano la sensazione di essere lì più per giustificare il concept che per vera necessità. Perché, via, di schede biografiche di cantanti non si sente il bisogno, e men che meno – in un libro che dovrebbe essere molto personale – dell’ampio ricorso a citazioni virgolettate, a volte appartenenti a personaggi non propriamente credibili (in tema di storia della canzone italiana, intendo dire).

E comunque, un libro che parla di canzoni avrebbe avuto bisogno di un editor attento e competente in materia. I “giallini” che ho infilato nelle pagine in corrispondenza di altrettanti errori sono un po’ troppi per essere accettabili. Non sto a motivarli tutti, ma si riferiscono a titoli di canzoni sbagliati (“Nessuno, nessuno” anziché “Nessuno” a pagina 18, “Per i tuoi occhi verdi” anziché “I tuoi occhi verdi” a pagina 123, “Ci stiamo sbagliando ragazzi” anziché “Ci stiamo sbagliando” a pagina 187), a brani di testi di canzoni riportati in maniera imprecisa, a errori concettuali (“Tre passi avanti” di Adriano Celentano – pagina 66 – non parla affatto della “questione della fede”; “Leggera” di Mina – pagina 250 – non è un disco di cover), storici (l’assolo di fisarmonica in “Storia d’amore” di Celentano – pagina 65 – non è di Nando De Luca ma di Mario Battaini) e aneddotici (“Deborah” non è – pagina 37 – “un pezzo dedicato alla figlia” di Fausto Leali, che quando la canzone fu scritta e cantata non era ancora nata: è la figlia che si chiama Deborah per via del titolo della canzone, tanto è vero che Wilson Pickett – che cantò il brano a Sanremo – è il padrino di Deborah Leali). E se Luca Beatrice è stato amico del giornalista e critico De Pascale, come può sbagliarne il nome e chiamarlo Enrico anziché Ernesto? Un lapsus, ovvio: ma un editor serve proprio a questo, ad accorgersi dei lapsus, degli errori, delle imprecisioni, e a correggerli.

Insomma, peccato. Perché di un nuovo Edmondo Berselli (“Canzoni – Storia dell’Italia leggera”: l’avete letto? Fatelo subito) avremmo tanto bisogno, e lo stiamo aspettando.

Franco Zanetti