Recensioni / 04 ago 2018

Matteo B. Bianchi - YOKO ONO - la recensione

Voto Rockol: 3.0 / 5
YOKO ONO
Matteo B. Bianchi

Prima di tutto un’informazione: il libro esce per la collana “Narrazioni combustibili”, della quale tempo fa ho letto con grande piacere e divertimento il libro dedicato a Massimo Ranieri da Jacopo Cirillo (chissà per quale motivo mi sono dimenticato di recensirlo: eppure è stato una lettura piacevolissima, e mi pento e mi dolgo di non averne scritto – oltre a scusarmene con chi me l’ha mandato. Colgo l’occasione per segnalare che mi piacerebbe leggere, della stessa collana, anche “Ziggy Stardust” di Luca Scarlini e “Mickey” di Luca Faraci – lo dico sottovoce a Enea Brigatti dell’ufficio stampa di ADD, affidandomi al suo buon cuore).

E veniamo a Matteo B. Bianchi, che conosco e stimo dal lontano 1999, quando lessi “Generations of love” e ne fui così colpito da volerne incontrare l’autore, allora giovane debuttante, oggi affermato professionista della scrittura e autore televisivo e radiofonico (meritatamente) assai richiesto. Così richiesto che entrambe le volte che ho cercato di coinvolgerlo in progetti di scrittura mi sono sempre sentito rispondere “ho troppo da fare” – Matteo, quando avrai un po’ di tempo libero fatti vivo tu.

Conoscendo, appunto, Matteo B., non mi ha sorpreso più di tanto apprendere dell’uscita di questo suo nuovo libro: che è insieme una fantastica idea di marketing (una “dichiarazione d’amore” a una delle donne celebri più odiate) e una scelta coerente con l’interesse dell’autore per gli outsider della scena musicale (da Diana Est a Gino D’Eliso, per dire). 

Ora: cos’è questo libro? E’ un generoso tentativo di invitare il lettore a riscoprire, o nella maggior parte dei casi a scoprire per la prima volta, la vastità e la complessità delle opere di Yoko Ono, “la strega che ha rovinato i Beatles”, “quella che grida nei dischi di Lennon” e via maldicendo; non solo le opere discografiche, che peraltro da tempo sono oggetto di una rivalutazione revisionistica anche da parte della critica musicale, ma anche e forse soprattutto le opere artistiche, nei confronti delle quali peraltro personalmente ho sempre dichiarato una curiosità rispettosa (possiedo anche parecchi dischi di Yoko, ma confesso che non sono fra i più consumati della mia collezione).

Matteo B. rimette in ordine un po’ di fatti e di storie, e per farlo deve aver faticato, dato che la bibliografia dedicata a Yoko non è precisamente abbondante (fra i miei quasi 400 libri su Beatles e dintorni ce n’è uno solo, quello di Fabio Alcini citato anche da Matteo B. nel suo – ma confesso di non averlo letto). Tuttavia le parti migliori di “Yoko Ono” di Matteo B. sono quelle in cui l’autore racconta di se stesso in rapporto alla protagonista del suo libro, in particolare le sue visite alle mostre; perché lì ritrovo la scrittura scintillante che gli è propria, mentre in altri capitoli l’abbondanza delle informazioni fa un po’ aggio sulla brillantezza dello stile.

Ci ho trovato, nel libro – e lo scrivo da storico dei Beatles e da pignolo inveterato – anche un po’ di imprecisioni e inesattezze storiche, ma di queste riferirò direttamente all’autore. L’unica della quale non posso tacere riguarda la data dell’incontro di Yoko con Lennon nel novembre 1966 (che non sia stato il primo in assoluto pochissimi lo sanno – il primissimo avvenne qualche mese prima, quando John le diede la sua copia acquerellata del testo di “The Word”, da regalare a John Cage per il suo compleanno). Non era, NON ERA il 9 novembre, ma il 7 novembre: la mostra di Yoko alla Indica Gallery aprì l’8 novembre, e Lennon andò a visitarla in anteprima la sera precedente l’inaugurazione. Matteo B.: ségnatelo per la ristampa!

Franco Zanetti