«POVERA PATRIA - Stefano Savella» la recensione di Rockol

Stefano Savella - POVERA PATRIA - la recensione

Recensione del 29 giu 2017 a cura di Franco Zanetti

Arcana, 240 pagine, euro 17,50

Voto 7/10

La recensione

 

Angelo Bernacchia, che cura l’ufficio stampa dell’editore Arcana, mi aveva preannunciato con entusiasmo l’arrivo di questo libro; che, come gli avevo promesso, ho subito letto, e con interesse. In esso l’autore esamina la canzone italiana nel periodo della fine della cosiddetta “Prima Repubblica”, all’incirca gli anni fra il 1990 e il 1994.

Si tratta in sostanza di un libro “a tesi”, benché il corredo bibliografico imponente e la consultazione minuziosa degli archivi dei quotidiani lo rendano anche una ricerca accurata e metodica, come attenta e meticolosa è stata l’analisi dei testi di canzoni anche meno note. “A tesi” nel senso che le inclinazioni politiche e i gusti musicali dell’autore vi appaiono evidenti; il che non necessariamente è un bene, giacché Savella scrive per quelli che la pensano come lui e che hanno gusti analoghi ai suoi (che non è il mio caso, fra l’altro).

E quindi è un libro “politico”, sia detto senza nessun intento di svalutarne i pregi, che ci sono e sono tanti. Personalmente preferisco (o pretendo, fate voi) che gli storici della canzone trattino gli argomenti con distacco ed obbiettività; e qui non è così, il che, peraltro, rappresenterà per molti – quelli che nei giornali e nei libri vogliono trovare conferma alle loro opinioni, anziché suggestioni e stimoli per metterle e mettersi in discussione – un pregio e un piacere.

De Gregori e Guccini, Gaber e Finardi, Litfiba e Modena City Ramblers, Pierangelo Bertoli ed Enzo Jannacci sono quindi trattati con il rispetto e l’ammirazione che meritano; mentre il capitolo dedicato al pop (Gianni Morandi, i Pooh, Jovanotti) tradisce un’attitudine ironica e leggermente sprezzante.

Nelle ultime righe di pagina 116 si legge: “venticinque anni dopo... non ci sono più neppure le canzoni indignate di Gianni Morandi. Forse non è andata poi così male”. E perché? Forse che solo ai Modena City Ramblers è concesso il diritto all’indignazione? E perché è necessario sottolineare che la dichiarata intenzione dei Pooh è farsi comprendere da “commesse, operai, parrucchiere”, e farlo con quel sorrisetto sarcastico e con quel sopracciglio sollevato da intellettuale? Ma dell’atteggiamento di chi glorifica la canzone cosiddetta e sedicente “d’autore” nei confronti della musica pop ho già scritto più volte: e di Edmondo Berselli, purtroppo, non se ne vedono più in giro.

Esemplare, invece, è il capitolo dedicato a Edoardo Bennato: nel quale, e giustamente, si riconosce al cantautore napoletano di essersi sempre mantenuto equidistante dai partiti, scelta che peraltro ha pagata molto cara anche in termini di attenzione mediatica.

Un paio di svarioni grammaticali (“implorava a Celentano” a pagina 44, “dal sciocchezzaio” a pagina 135) saltano all’occhio proprio perché per il resto il libro è assai ben scritto, il che mi induce a raccomandarne la lettura. Magari con l’avvertenza che non si tratta di un saggio, ma di un pamphlet: è un punto di vista, per quanto ottimamente articolato, ma non “equidistante”. Appunto.

(Franco Zanetti)

 

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