«LA CURA - Giuseppe Pulina» la recensione di Rockol

Giuseppe Pulina - LA CURA - la recensione

Recensione del 18 gen 2011

(Editrice Zona, 116 pagine, 11 euro)

La recensione

Mi piacciono molto i libri interamente dedicati a un solo album, quelli che ne raccontano la genesi, la lavorazione, la realizzazione. Quando sono ben fatti, sono un arricchimento dell’ascolto di quel disco e una lettura appassionante, per lo storico della canzone ma anche per il semplice fruitore di musica.

Più difficile è l’impresa di scrivere un libro su una sola canzone. Ovviamente dev’essere una canzone epocale, una di quelle che hanno fatto storia; e in questa collana dell’Editrice Zona intitolata “Le canzoni della nostra vita” finora sono state trattate canzoni come “Bocca di Rosa” di Fabrizio De André, “Vita spericolata” di Vasco Rossi, “La canzone del sole” di Lucio Battisti (c’è anche un’altra collana, “Virgola” di Donzelli, che pubblica libri dedicati a una sola canzone: di fresca pubblicazione è “Odio l’estate” di Paola De Simone, qualche settimana fa recensito da Rockol, ma in precedenza erano usciti anche “Malafemmena”, “Yesterday”, “Azzurro” e “Nel blu dipinto di blu”).
Diversamente da parecchi degli esempi citati, “La cura” sceglie un approccio originale: non racconta la storia della canzone, le modalità della sua nascita e della sua registrazione, e nemmeno tratta la parte compositiva del brano: si concentra invece esclusivamente sul testo. Giuseppe Pulina, del resto, è filosofo e studioso del pensiero, non musicologo o cronista della canzonetta: quindi è logico che abbia dedicato la sua attenzione alle parole di una canzone che epocale è diventata nel tempo, acquisendo grazie al proprio testo uno spessore e un’aura quasi mistici.

Quando l’autore mi ha scritto proponendomi di inviarmi il suo libro perché lo recensissi, ho risposto mettendo le mani avanti: di filosofia non capisco nulla, ho odiato la materia per tutti i tre anni del liceo (colpa di un professore così cane che col suo nome battezzai un mio bastardino trovatello) e in generale per le mie letture non professionali scelgo libri d’evasione.
Aggiungo qui che non condivido - colpa mia, senz’altro - l’entusiasmo generalizzato intorno a “La cura”: mi pare un fenomeno autoalimentantesi, nel quale ha molto peso (a mio avviso) il senso d’inferiorità, di soggezione che si prova di fronte a ciò di cui si crede di non capire fino in fondo il significato. John Lennon - più o meno - diceva “Non vedo l’ora che i giornalisti recensiscano le mie canzoni per capire cosa volevo dire nei miei testi”. Non è questo il caso di Battiato, il quale conosce benissimo e sa maneggiare altrettanto bene i meccanismi della comunicazione e manipola splendidamente l’esplicito e l’implicito, il detto e l’alluso, l’ovvio e il profondo.

Pulina, ovviamente, la pensa diversamente da me: altrimenti non avrebbe dedicato tanto tempo allo studio e all’analisi di questa canzone. Quel che ne è risultato è un libro intenso, “spesso” - nel senso dell’impegno che ne richiede una lettura non distratta - e ben scritto: che, in qualche modo, conforterà tutti coloro che hanno fatto di “La cura” una canzone-mito (ai quali consiglio di visitare http://la-cura-franco-battiato.blogspot.com).
A me, non me ne vogliano gli autori - né Polina né Battiato - continua ad emozionare di più la vecchia “Bridge over troubled water” di Simon & Garfunkel: che senza la pretesa di essere più di quel che era - una gran bella canzone d’amicizia amorosa - diceva più o meno le stesse cose di “La cura” senza scomodare correnti gravitazionali e campi del Tennessee. Ma, come si dice, de gustibus... (fz)

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