«LE BICICLETTE BIANCHE - Joe Boyd» la recensione di Rockol

Joe Boyd - LE BICICLETTE BIANCHE - la recensione

Recensione del 07 ott 2010

(Odoya, 288 pagine, 18 euro)

La recensione

Joe Boyd, americano del New Jersey emigrato a Londra, è stato un’ “eminenza grigia” (la sua definizione preferita) della popular music, negli anni Sessanta e non solo. Ubiquo, onnipresente, dotato di un sesto senso che spesso lo ha portato al centro dell’azione. Tour manager di Muddy Waters, di “Sister” Rosetta Tharpe e del Reverendo Gary Davis durante il primo, irripetibile approdo inglese dei grandi bluesmen di pelle nera. Indaffarato tra il backstage e il mixer di Newport, in quel 1965 in cui Dylan cambiò per sempre il corso della storia (tra pagina 106 e 108 racconta la sua versione dei fatti, a proposito delle reazioni del pubblico, di Pete Seeger e degli altri monumenti dell’establishment folk al set elettrificato dell’uomo di Duluth). Ai posti di comando dello UFO Club londinese, ai tempi dei Pink Floyd di Syd Barrett, di Arthur Brown che strillava “Fire” incendiandosi l’elmetto e delle “biclette bianche” che i Tomorrow cantavano in omaggio alla pacifica rivoluzione dei Provos olandesi. Nel pensatoio dell’agenzia di management e talent scouting Witchseason, quando dalle brume inglesi emergono la Incredible String Band e i Fairport Convention, Sandy Denny e Nick Drake. Insomma: citate un evento storico dei Sixties, e state sicuri che lui c’era. In prima fila o dietro le quinte, a recitare la parte dell’attore protagonista o del testimone oculare. L’altra faccia della medaglia è il karma non sempre positivo che lo accompagna: Boyd produce il primo singolo dei Pink Floyd, “Arnold Layne”, e subito viene messo in disparte. Giudica improponibile il testo di “A whiter shade of pale” portatogli dal paroliere Keith Reid, e quella diventa una hit mondiale per i Procol Harum. Vola in California per lavoro e lascia sfumare un contratto di licenza con gli Abba. Trascura di firmare da produttore la colonna sonora di “Deliverance” “(“Un tranquillo weekend di paura”), e l’album diventa il suo unico numero uno in classifica (non è dabbenaggine: è quel che succede quando si vive al centro di un vortice e la fortuna non ti assiste). In “Biciclette bianche” c’è tutto questo e molto altro: l’eccitazione del viaggio e della scoperta, gli straordinari incontri umani e musicali, le esperienze con le droghe “ricreative” e il sesso “libero”, le occasioni mancate, il “noi contro loro” di un mondo diviso tra hippies e rispettabili borghesi, i tic e le nevrosi dei musicisti, i retroscena gustosi di un music business ancora dilettantesco e colorito di personaggi un po’ gangsteristici e un po’ bon vivant. Gli anni ’60 di Boyd “iniziarono nell’estate del 1956, finirono nell’ottobre del 1973 e raggiunsero il loro apice poco prima dell’alba del 1° luglio 1967”, e lui li racconta con uno stile eloquente e brillante, prodigo di aneddoti e di riflessioni penetranti (leggetevi, a pagina 81, l’acuta disamina sul perché l’Inghilterra ripudia le sue radici folk; oppure le sue considerazioni sull’annacquamento progressivo del rock e del blues: a pagina 47-48, l’autore osa persino criticare Aretha Franklin). Oggi che si è praticamente ritirato dalla scena attiva, Boyd coltiva con sapienza il suo patrimonio di ricordi (dopo avere orchestrato tributi a Syd Barrett e ai Fairport Convention, il prossimo 9 ottobre sarà a Bari per “Way to blue”, un omaggio al suo pupillo Nick Drake). E il suo “White bycicles” lo porta in tour, in uno spettacolo di parole e musica in cui si fa accompagnare da un’altra bella testa pensante, Robyn Hitchcock. Una delizia, immaginiamo. Mancando l’occasione di ascoltarlo dalla sua viva voce, ci si accontenta di leggerlo, “il miglior libro sul mondo della musica degli ultimi anni”. L’ha detto Brian Eno, io (che Boyd ho avuto il piacere di intervistarlo diverse volte, in questi anni) mi accodo con piacere al suo lusinghiero giudizio. (am).

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