«QUESTO È DOMANI - Silvia Albertazzi» la recensione di Rockol

Silvia Albertazzi - QUESTO È DOMANI - la recensione

Recensione del 23 mar 2021 a cura di Franco Zanetti

Voto 7,5/10

La recensione

Quarantatrè anni fa Bryan Ferry, in un suo album da solista intitolato "In your mind" - era già il quarto - includeva una canzone intitolata "This is tomorrow".

In una recensione del "Melody Maker", o del "New Musical Express", lessi che il titolo della canzone riprendeva quello di una mostra molto importante che si tenne a Londra nel 1956 e che fu la prima a dare visibilità a quella che forse ancora non si chiamava "pop art". Ricordo di aver pensato che Ferry voleva proprio fare il fighetto, lui laureato all'Accademia di Belle Arti a Newcastle, alludendo a un evento del mondo che frequentava prima di buttarsi nella musica.
Proprio ripensando a Bryan Ferry e a "This is tomorrow" ho atteso con curiosità l'arrivo di questo libro, che in qualche maniera prende le mosse proprio da quella mostra - e infatti s'intitola "Questo è domani" - promettendo di parlare di "Gioventù, cultura e rabbia nel Regno Unito 1956-1967". Dell'autrice, Silvia Albertazzi, avevo avuto fra le mani un libro su Leonard Cohen, che recensii - o forse meglio, "non" recensii qui ammettendo di non essere all'altezza dell'erudizione dell'autrice.  


Continuo a non esserne all'altezza; tuttavia in questo libro, oltre a trattare di cinema, teatro e letteratura britannici nel periodo indicato (1965-1967) Silvia Albertazzi scrive anche di musica, e in particolare scrive di Beatles - un argomento sul quale mi sento preparato.

 Nella bibliografia, sul tema Beatles cita libri non proprio recenti: "Il libro delle canzoni dei Beatles", una raccolta di testi illustrata da Alan Aldridge (1969); "Storia leggendaria della musica rock" di Riccardo Bertoncelli (1999); "La Londra dei Beatles" di Colaiacomo e Caratozzolo, docenti universitarie di storia della moda (1996); "Lennon Legend" di James Henke (più un libro fotografico che una biografia, 2003); "Summer of love" di George Martin (1995); "Lennon remembers", l'intervista di Jann Wenner (1971); e un vecchio libro di Gino Castaldo, "La terra promessa. Quarant'anni di cultura rock" (1994).
Non molto, ma anche abbastanza. E infatti nel filo del discorso i riferimenti alle opere beatlesiane sono puntuali e convincenti.
Peccato che siano costellati da errori.
A pagina 120: non è vero che i Beatles "tornano ad Amburgo nelle due estati successive al 1960"; nel 1961 ci tornano in aprile e ci restano fino a fine giugno, nel 1962 ci tornano in aprile e ne tornano a fine maggio. Non è vero che il loro primo 33 giri raggiunge la vetta delle classifiche inglesi a fine anno 1963: va al primo posto l'11 maggio (e ci resta 30 settimane). 
A pagina 141: non è vero che i Beatles hanno aperto "un loro negozio di gadget" (la Apple Boutique vendeva vestiti) e non è vero che quel negozio sia "ancora attivo": il London Beatles Store del 231-233 di Baker Street non è la Apple Boutique, che si trovava al 94 di Baker Street all'angolo con Paddington Street, e che chiuse il 31 luglio del 1968. 
A pagina 165: non è vero che "il forsennato correre dei Beatles per sfuggire alle attenzioni delle fan" è nel film "Help"; è nel film "A hard day's night". 
Fitto anche l'elenco dei nomi scritti sbagliati: a pagina 120, Parlophon anziché Parlophone, Starkley anziché Starkey (il cognome di Ringo); a pagina 130 (e 145, due volte, e 168) il Ray dei Kinks è chiamato Davis, e non correttamente Davies; e a pagina 142 il fotografo della copertina di "With the Beatles" è chiamato Robert Freedman (è Freeman), e a pagina 143 c'è Klaus Voorman anziché Voormann - ok, questo lo sbagliano in molti - e l'illustratore delle copertine dei Genesis, Paul Whitehead, viene scorciato in Withead...
Non occorre però competenza di storia della musica, ma basta un righello, per accorgersi che (a pagina 143) non è vero che "i cosiddetti long playing... avevano 33 cm di diametro": si chiamavano "33 giri" perché giravano a 33 (e un terzo) giri al minuto sul piatto del giradischi, non perché avessero (e abbiano ancora) 33 centimetri di diametro: il diametro dei LP è 30 centimetri
Peccati veniali? Mah, forse. Però fanno temere che anche in tutto il resto del libro - quello che tratta materie nelle quali non sono ferrato io - gli errori possano non mancare. E che un lettore un po' pignolo e che ne sappia di cinema, teatro e letteratura possa individuare altrettanti errori.
Se leggete qualche volta questa rubrica, sapete che sono fissato con il discorso dell'editing e della correzione delle bozze; è un vero peccato che ci sia così poca attenzione a queste componenti (secondo me fondamentali) della pubblicazione di un libro. Al quale tuttavia assegno un voto che non tiene conto di questa, pur significativa, carenza; perché è interessante e istruttivo, ed ha arricchito le mie conoscenze.

Franco Zanetti

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