«SWINGIN’ - Johnny Dorelli» la recensione di Rockol

Johnny Dorelli - SWINGIN’ - la recensione

Recensione del 16 gen 2006 a cura di Franco Zanetti

La recensione

Rispetto, ammiro e invidio Johnny Dorelli. Lo rispetto per la sua lunga carriera di cantante, entertainer e attore cinematografico, televisivo e teatrale. Lo ammiro per alcune delle cose che ha fatto nel corso di questa sua lunga carriera, e che magari non sono quelle per le quali a lui piace di più essere ammirato, ma tant’è, ve le elenco ugualmente: alcune canzoni (“Love in Portofino”, “Arriva la bomba”, “Non m’innamoro più” ovvero “I’ll never fall in love again” di Burt Bacharach), alcuni film (“Pane e cioccolata”, “Il cappotto di astrakan”, “Ma quando arrivano le ragazze”), alcuni programmi televisivi (“Johnny 7”, mitica l’edizione in cui Margaret Lee cantava “Col chicco, col chicco d’uva passa”, e “La vedova allegra”), un indimenticabile programma radiofonico (“Gran Varietà”), e l’invenzione di un personaggio strepitoso, un autentico eroe di culto del trash: Dorellik. Lo invidio perché (posso dirlo? ma sì, mica è un’offesa... anzi!) ha avuto come mogli due delle donne più belle che io abbia mai visto - e non intendo solo in fotografia o in tivù o al cinema, intendo viste di persona: Catherine Spaak e Gloria Guida.
Mi ha fatto piacere, quindi, quando è tornato sulla scena discografica con l’album “Swingin’”, uscito lo scorso anno. Di swing si parla abbastanza, recentemente: ma ho la sensazione che ci si stia riempiendo troppo la bocca di personaggi “di moda” (Michael Bublé, per non far nomi) e che ci si stia dimenticando di altri artisti che, a differenza di certi giovanotti (bravi, eh, ma non dei fenomeni), lo swing ce l’hanno, come si dice, nel sangue. Uno dei pochi cantanti italiani che allo swing danno del tu è, appunto, Johnny Dorelli: che alla musicalità e alla tecnica aggiunge quel quid in più che sono il feeling, la verve, l’interpretazione. Da noi, da noi in Italia, dico, c’è la pessima abitudine di prepensionare certi cantanti magari non giovanissimi che, invece, sono innegabilmente più dotati e più preparati di tanti altri più giovani che invece vengono portati (immeritatamente, diciamolo) in palma di mano. Il fatto è che ci sono artisti che non amano questuare spazi, che preferiscono la dignità del silenzio alle ospitate televisive nei programmi della domenica pomeriggio, che non si svendono. Johnny Dorelli è uno di questi. E se vi capitasse per le mani questo DVD, che fra l’altro è in vendita a un prezzo decisamente interessante (12 euro e 90) ne converrete.
Il DVD documenta un concerto tenuto da Johnny Dorelli all’auditorium Parco della Musica di Roma. Per l’occasione, Dorelli era accompagnato da un’orchestra di 51 elementi diretta da un altro monumento: lo straordinario arrangiatore e direttore Gianni Ferrio (uno che ha davvero scritto fra le più belle pagine della musica italiana). Già è un piacere, guardando il DVD, notare l’intesa e la confidenza fra Dorelli e Ferrio; ovviamente è un piacere anche maggiore ascoltare gli esiti di questa intesa artistica. Il medley “sinatriano” d’inizio è già prodigioso (“South of the border”, che da noi divenne “Stella d’argento” per Gino Santercole, “Fly me to the moon” e Begin the beguine” sono eseguite da Dorelli con una souplesse e con una disinvoltura da lasciare a bocca aperta - e, a margine, con una pronuncia che se la sentissero certi cantanti di certi gruppi di rock alternativo italiano correrebbero, o dovrebbero correre, a iscriversi alla più vicina scuola d’inglese). Segue una (a mio parere abbastanza inutile) rilettura di “Una lunga storia d’amore” di Gino Paoli; ma subito dopo si ricomincia con una elasticissima “Night and day”, una scalpitante “The lady is a tramp” e una versione di “My way” della quale il vecchio Frank non avrebbe potuto che dir bene (personalmente continuo a ritenere che la versione “definitiva” di “My way” l’abbia realizzata Sid Vicious, ma mi rendo conto che in questa mia opinione giocano fattori diversi da quelli meramente vocali).
A questo punto Dorelli siede al pianoforte, e attacca una “A foggy day” padroneggiata con magistrale aplomb, in medley con una compostissima “All the way” e con una sorridente “You are the sunshine of my life” (quella di Stevie Wonder). L’orchestra asseconda Dorelli con puntualità e precisione, Gianni Ferrio la guida con mano ferma e delicata, e trova colori corruschi per “Maria” di Leonard Bernstein e Stephen Sondheim (da “West Side Story”): un pezzo di storia della musica internazionale che Dorelli affronta con rispetto ma anche con bella sicurezza. Applausi scroscianti.
Qui lo swing esce provvisoriamente di scena, e inizia la sequenza “italiana” del concerto, che si apre con “Solo più che mai”, versione italiana di “Strangers in the night”: a dirla tutta, avrei preferito ascoltarla in versione inglese. “Love in Portofino” è il delizioso pezzo di Chiosso-Buscaglione al quale Dorelli conferisce quel tocco di bel canto che il povero Fred preferiva svoltare in amarognola nostalgia quasi raccontata. “Lettera a Pinocchio” è quasi un obbligo, trattandosi di un classico del repertorio dorelliano; “doveva” esserci, ma in una serata come questa poteva anche non esserci. Tutt’altra aria in “Arriva la bomba”, piccolo gioiello del 1966 riscoperto di recente dai cultori del lounge, frizzante e scanzonato. Si torna ai toni drammatici con “Love story”, cantata col testo italiano di Sergio Bardotti (testo che a un certo punto Dorelli dimentica, superando l’incidente con la perizia del veterano); seguono una versione pimpante di “Al buio sto sognando” di Franco Pisano e “Parla più piano” il tema di “Il padrino” firmato da Nino Rota, in cui l’orchestra diventa quasi sinfonica, e Dorelli sta al gioco. Emoziona poi riascoltare “L’immensità”, probabilmente il capolavoro di Don Backy, che Dorelli presentò al Festival di San Remo in coppia con l’autore, nel 1967.
E finalmente si rientra in tema: sono le note di “New York New York” a swingare a dovere, e la versione di Dorelli si rifà a quella di Sinatra, com’è giusto. Dovrebbe essere il finale di serata, ma non possono mancare i bis: “My funny Valentine” di Rodgers & Hart è uno dei momenti più alti del concerto, l’arrangiamento di Ferrio è di commovente bellezza, e la voce di Dorelli ne fa quasi parte per come sposa la musica (gossip: pare che “My funny Valentine” sia la canzone preferita di Gloria Guida). Si chiude con una spiritosa rilettura di “Mack the Knife” di Brecht/Weill (fu anche, se non sbaglio, sigla di una “Premiatissima” televisiva, metà anni Ottanta o giù di lì) in cui il cantante si prende tutte le libertà che desidera (o “sembra” prendersele: è il pregio dei grandi professionisti). Ringraziamenti, saluti e goodnight.
Ora, perché questa recensione del DVD non sembri un comunicato stampa ricopiato per com’è piena di elogi (e perché i maligni non pensino che l’abbia scritta così per farmi telefonare da Gloria Guida, che del DVD è la produttrice insieme a Giorgio Guidi, figlio di Johnny Dorelli), bisogna che vi dica anche che cosa “non” mi è piaciuto di questo dischetto. Ecco: si vede, e si vede troppo, che il cantante ricorre al “gobbo” elettronico, quello schermo davanti a lui, ai suoi piedi, sul quale scorrono le parole delle canzoni. Oh, intendiamoci: lo usa anche Francesco Guccini (come rivela il recente DVD live) e lo ha usato, al Campovolo, anche Ligabue, che di anni ne ha meno di Guccini e molti meno di Dorelli. Ma, insomma, per tener d’occhio il “gobbo” i cantanti tendono a stare con il capo piegato in avanti, il che conferisce loro un che di innaturale e impedisce alle telecamere di cogliere le espressioni del volto. Ed è un peccato.
Un’altra cosa che non mi ha soddisfatto di questo DVD è la scarsezza dei contenuti extra. Bello il momento orchestrale, con il medley Ferrio/Mozart/Ferrio (“Parole parole”/”Eine kleine Nachtmusik”/”Piccolissima serenata”) e con ”Invierno porteño” di Astor Piazzolla, che la dice lunga sulla versatilità della Sinfonietta e la lucidità fantasiosa di Gianni Ferrio (ehi, il signore è nato nel 1924!); ma come si fa a definire, sul box del dischetto, “Intervista a Johnny Dorelli” uno sputacchio di un minuto e 53 secondi in cui l’intervistato dice cinque cose anche abbastanza slegate fra loro? Suvvia, che ci voleva a realizzare un’intervista vera, magari affidandone la realizzazione a qualcuno che la facesse volentieri e non per mestiere e/o soldi e che se la preparasse a dovere? E’ vero, ce ne siamo accorti quando abbiamo incontrato Johnny Dorelli per la presentazione del DVD, che l’uomo non è particolarmente facondo - ma è ironico, spiritoso, e sapendolo prendere per il verso giusto può raccontare a modo suo cinquant’anni di storia dello spettacolo italiano. E sarebbe (stato) molto interessante sentirglielo fare.
(Franco Zanetti)
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