«LIVE AT THE ROUNDHOUSE - Nick Mason» la recensione di Rockol

Nick Mason, l'improbabile rockstar dei Pink Floyd

Lo storico batterista è l'unico componente ad aver suonato dal 1964 in poi in tutte le configurazioni della band, sia dal vivo che in studio: il suo tour dedicato alle origini dei PF diventa un album live

Recensione del 23 set 2020

Voto 9/10

La recensione

di Nino Gatti

Nick Mason, lo storico batterista dei Pink Floyd, ha il volto di chi nella sua vita, da musicista e non solo, pare averne viste di tutti i colori; quando ti guarda ha un sorriso tale e aggrotta la fronte in un modo che ti lascia in un dubbio continuo e irrisolto: è soltanto una persona di grande spirito o ti sta irrimediabilmente prendendo per i fondelli? Ha vissuto in tanti anni di carriera con i Pink Floyd esperienze ed emozioni di ogni tipo, suonando tra i concerti più importanti e significativi della storia del rock, dai tanti festival a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta fino al fantasmagorico concerto-evento di “The Wall” (1980-1981).

Nick può inoltre vantarsi di essere l'unico componente dei Pink Floyd ad aver suonato dal 1964 in poi in tutte le loro configurazioni, sia dal vivo che in studio. Unico vero cruccio di una vita a cinque stelle, una carriera solista non proprio esaltante: una manciata di dischi solisti, tutti in collaborazione con altri artisti e qualche sparuta collaborazione e produzione anche qui con alti e bassi, dall'immenso Robert Wyatt alla bella e facoltosa Kirsty Bertarelli, che vanta un capitale di oltre 13 miliardi di euro.

Una rockstar improbabile, amatissimo dai fan
All'attività di improbabile “rockstar”, Mason ha affiancato una lunga e convincente carriera automobilistica, guadagnandosi la stima e il rispetto degli operatori del settore, anche grazie a una collezione di auto d'epoca capace di far crepare d'invidia anche il più ricco magnate. 
Negli ultimi anni si è “limitato” a curare le tante uscite discografiche con materiale prevalentemente d'archivio dei Pink Floyd; universalmente acclamato come archivista della band, è stato tra i principali fautori della mostra “Their Mortal Remains”, ammirata da decine di migliaia di spettatori tra Londra, Roma, Dortmund e Madrid.

Mason è amatissimo dai fan. Dei componenti sopravvissuti del gruppo è il più disponibile con i suoi ammiratori, tanto che ottenere da lui un autografo o una fotografia in posa è un vero e proprio gioco da ragazzi. La sua biografia “Inside Out” del 2004 ne rivela non soltanto la proverbiale verve umoristica ma anche il suo potere di gran mediatore all'interno del gruppo; nei momenti di tempesta il suo fare sornione e le sue capacità di conciliatore sono stati – finché è stato possibile - il vero collante tra i vari componenti del gruppo. .
Mason ha atteso per anni una improbabile reunion pinkfloydiana o una telefonata da David Gilmour per tornare a lavorare insieme, speranza quest'ultima che si concretizzò parzialmente nel 2014, quando i due detentori del nome Pink Floyd ultimarono insieme l'album “The Endless River”, realizzato in onore dell'amico e collega Richard Wright, scomparso nel 2008. 

Il ritorno dal vivo, 24 anni dopo il tour di "The division bell"
 Questi scenari sembrano appartenere ad un passato lontano e dalle tinte sbiadite. A ventiquattro anni dall'ultimo tornata concertistica dei Pink Floyd, il mastodontico “The Division Bell”, Nick Mason torna a suonare dal vivo. Stanco di aspettare, ha deciso di fare finalmente da solo e tra la sorpresa generale ha messo in piedi un tour, giocandosi la faccia e rischiando l'improbabile ruolo di leader. 
Il batterista ovviamente non è solo: lo circondano degli ottimi musicisti, che si sono soprannominati Saucerful Of Secrets, un nome scelto non a caso e che li lega a doppia mandata ai primi anni dei Pink Floyd, quando i quattro musicisti suonavano stringendosi negli spazi angusti di quelle che erano delle vere e proprie bettole, davanti a un pubblico spesso ostile alla loro proposta musicale, spartendosi non di rado oltre alle continue delusioni i debiti e, in alcune occasioni, anche la cena.


Oggi, ad oltre cinquant'anni di distanza dal suo esordio con i Pink Floyd, Mason è uno dei tanti musicisti ultra-settantenni ancora attivi nell'esclusivo club del rock inglese; un benestante milionario che fa parte di quella manciata di nomi storici che nonostante l'età proprio non ne vogliono sapere di doversi ritirare dalle scene.
Nel maggio 2018 il “cuore pulsante dei Pink Floyd” - come si definisce sui manifesti di questi concerti - ha ritrovato all'improvviso la voglia di tornare a suonare e di mettersi in gioco. L'esordio ufficiale dal vivo da solista di Mason avviene in sordina, con una manciata di concerti in piccoli locali londinesi. La fortuna, si sa, aiuta gli audaci, tanto che l'esperimento di metter su una band che suonasse il primo repertorio della discografia pinkfloydiana, su cui in pochi avrebbero scommesso un solo centesimo di euro, ottiene sin dall'inizio un successo clamoroso. 
Grazie a queste esibizioni, il batterista riesce a catturare con estrema facilità l'amore incondizionato del popolo floydiano, che comprendono la genuinità di questa offerta musicale, arrivando a votare il suo come uno delle migliori esibizioni nella carriera solistica dei Floyd. 
È sorprendente che l'idea di formare un gruppo al di fuori dei Pink Floyd non sia stata farina del sacco del batterista; l'intuizione è di Lee Harris, che è arrivato a stuzzicare la fantasia di Mason grazie all'attivissimo Guy Pratt, capace di tessere i fili che hanno composto la trama di questa tela.
 

Il successo di un operazione rischiosa, certificato da un film-concerto
A un intenso tour europeo nel settembre 2018 (ventuno concerti in un mese!) ha fatto seguito un tour americano nella primavera del 2019.

L'interesse intorno al tour è tale che si è deciso di registrare le due serate alla Roundhouse del 3 e 4 maggio 2019. Queste registrazioni hanno trovato spazio nel “Live at the Roundhouse”, primo film-concerto e primo disco live del batterista, pubblicato ufficialmente solo qualche giorno fa. Il successo di questo tour è stato clamoroso: dopo i ben cinquanta concerti del 2019, anche nel 2020 la band aveva in programma un nuovo lungo tour europeo, che è stato fermato e riprogrammato per il 2021 solo a causa del lock-down.
Mason ha ritrovato la voglia di suonare e di divertirsi, condividendo visibilmente la sua gioia sul palco in un continuo scambio di sguardi e sorrisi con gli altri musicisti. È evidente a tutti che si sta divertendo più oggi che in passato, e non manca occasione per confessarlo sorridente davanti ai suoi intervistatori.
Per testimoniare al meglio questo spettacolo, Mason e la sua band, che alla Roundhouse si erano già esibiti nel settembre 2018, sono tornati in quella sala memori dell'atmosfera senza tempo e dell'energia sprigionata dal pubblico, auspicando di poter replicare e catturare in audio e in video quelle vibrazioni. È la sera del 3 maggio 2019 e il palco è pronto ad ospitare il primo dei due concerti. Tutti gli spettatori che avevano portato velocemente al sold-out questi spettacoli, sono lì soltanto per Nick Mason, pronti ad accoglierlo insieme al suo gruppo nella storica sala londinese con sorrisi compiaciuti e a spellarsi le mani di applausi.
Seduto dietro la sua batteria, Nick Mason deve aver vissuto in quel momento un déjà-vù, un viaggio spazio-temporale che lo ha riportato indietro al 15 ottobre 1966, un'altra data importante nella storia dei Pink Floyd che quella sera si esibirono affiancati dai loro fratelli d'arti psichedeliche, i Soft Machine di Kevin Ayers. In quella occasione si era radunata nell'edificio circolare di Camden Town, la crème della Londra psichedelica per il lancio del giornale principe dell'underground inglese, il famoso I.T. (International Times). Era il primo evento live ospitato in quello che per qualche anno era stato utilizzato come ausilio ferroviario posizionato a poca distanza dalla fermata di Chalk Farm, un evento che faceva da spartiacque per la nascente contro-cultura inglese. L'elenco degli ospiti di quella serata, come Michelangelo Antonioni, Monica Vitti e Paul McCartney, tanto per citarne alcuni, testimonia che il gran fermento intorno all'arte, alla musica e alla cultura di quei giorni stava per esplodere e che a breve avrebbe coinvolto tutti gli aspetti artistici e culturali del mondo intero.
Quello di Mason è stato giusto un flashback della memoria: gli è bastato guardarsi meglio intorno per tornare implacabilmente al presente. Intanto il pubblico era notevolmente diverso dagli amati hippies del 1966: niente sigarette o le immancabili canne ad illuminare i volti degli spettatori ma tanti smartphone e la luce dei loro led riflessa negli occhi dei presenti. Una rapida occhiata sul palco e anche lì le differenze sono subito saltate ai suoi occhi. Alle tastiere non c'è il buon Rick Wright con la sua folta capigliatura e i suoi occhi fissi sui tasti neri e bianchi del suo organo ma Dom Beken, un musicista che con Wright ci ha anche collaborato. E non c'è neanche l'imponente Roger Waters ad intrattenere il pubblico a colpi di gong, esibendo le sue rinomate espressioni truci tese ad intimorire i presenti ma il fido Guy Pratt, din dal 1987 al servizio della corte pinkfloydiana e gilmouriana. Nessuna traccia ovviamente del carismatico Syd Barrett e dei suoi inarrestabili sprazzi di creatività; lui che era stato così bravo a spingerli lì dove musicalmente non era arrivato mai nessuno, sarebbe diventato a breve il loro leader ma anche una vera e propria palla al piede, che impediva loro di poter continuare a suonare per raggiungere l'agognato successo. Al posto di Syd e a riproporre anche la voce e la chitarra di David Gilmour ci sono due musicisti molto diversi tra loro ma che in sala prove hanno trovato numerosi punti in comune: il primo è il solido Lee Harris, chitarrista che ha militato negli ultimi anni nei Blockheads nel periodo successivo alla morte del compianto Ian Dury, l'altro è il bel Gary Kemp – già proprio quello degli Spandau Ballett - uno che con i Pink Floyd ci sta proprio come i cavoli a merenda. Eppure così come l'alchimia tra personalità così differenti come Barrett, Mason, Waters e Wright aveva funzionato alla perfezione mezzo secolo prima, il batterista-pilota dei Pink Floyd ha ritrovato oggi la magia di quei momenti magici del passato e il merito va soprattutto ai quattro musicisti che lo accompagnano in questa esaltante avventura.

Il repertorio dei primi Pink Floyd
Fa la sua parte anche il repertorio dei primi Pink Floyd, saccheggiato senza troppi complimenti dalla nuova band di Mason che raccoglie i brani dagli album del periodo 1967-1972, un insieme di canzoni splendidamente datate ma anche incredibilmente attuali.

L'intelligenza di questi musicisti è stata quella di far proprie le storiche canzoni dei Pink Floyd, evitando di replicarle semplicemente come avrebbero fatto gli altri. E questo approccio ha pagato, eccome! Basta ascoltare il doppio cd live o visionare i filmati di “Live at the Roundhouse”, arrivati finalmente nei negozi il 18 settembre i tre titoli annunciati per il 17 aprile 2020 e rinviati a causa del lock-down. I fan della prima ora pinkfloydiana hanno la possibilità di acquistare un doppio vinile dal vivo, un blu-ray e una mini-box che comprende sia il doppio cd che la versione su dvd del concerto. Le uscite sono quattro se si aggiunge anche il dodici pollici su vinile, pubblicato il 29 agosto scorso all'interno del Record Store Day 2020, che contiene due tracce tratte dal doppio cd live, la memorabile coppia di brani firmati da Barrett che affianca la storica See Emily Play all'intrigante Vegetable Man.
La scaletta del video, speculare anche nella versione su cd, è un vero e proprio fuoco di fila di brani che ti permettono un viaggio nella memoria davvero mozzafiato. L'apertura dello show è riservata ad una versione tiratissima di "Interstellar Overdrive", l'inno psichedelico dei primi Pink Floyd. Non c'è tempo di respirare e parte una nuova doppietta che rinverdisce i fasti dell'epopea barrettiana, la stravolgente "Astronomy Domine" seguita da una conturbante "Lucifer Sam". Si salta dunque al 1971 e a "Fearless", dall'album “Meddle”, mai suonata dal vivo dai Pink Floyd ma curiosamente recuperata di recente anche da Roger Waters nei suoi concerti in America del 2016. Dalle scalette dei Pink Floyd risalenti al 1972-1973 ritorna in auge finanche l'accoppiata strumentale "Obscured By Clouds/When You're In", che apriva il film e la colonna sonora del film “La Vallée” del 1972 e anche i concerti dei Pink Floyd di quel periodo.
Si torna velocemente ai primi anni, con Remember a Day, presente nel secondo album dei Pink Floyd, “A Saucerful Of Secrets” e che Gilmour aveva voluto dedicare a Wright, scomparso da pochi giorni, durante una esibizione live della sua band al programma televisivo di Jools Holland. A seguire la tanto attesa "Arnold Layne", il primo singolo dei Floyd datato 11 marzo 1967, seguita da "Vegetable Man", una delle loro inedite più famose, pubblicata ufficialmente soltanto nel box “The Early Years” dei Pink Floyd pubblicato alla fine del 2016.

Il brano imperdibole: un medley emozionante
Uno dei momenti più emozionanti del concerto e anche di questo live è senza dubbio il medley tratto dall'album “Atom Heart Mother”, aperto e chiuso da "If" e che racchiude al suo interno una lunga porzione della suite che dava il nome all'intero disco.

È un momento intenso, vissuto nei concerti dal pubblico con grande trasporto, tanto che i meno giovani arrivano ad emozionarsi e ci scappa anche qualche lacrimuccia. Altro esordio assoluto dal vivo è per "The Nile Song", uno dei brani più hard della discografia dei Floyd, proveniente dal disco “More”, la colonna sonora del film omonimo di Barbet Schroeder. Dalla stessa soundtrack si prosegue con la dolcissima "Green Is the Colour", eseguita magistralmente dalla band e che evidenzia la voce di Kemp, attento a non far rimpiangere quella soave di un certo David Gilmour. "Let There Be More Light", presenza fissa nelle storiche scalette floydiane del 1968, permette a Pratt di scatenarsi sulle quattro corde del suo basso. Un nuovo tuffo nella colonna sonora de “La Vallèe” grazie a Childhood's End, anch'essa proposta in una manciata di concerti dai Pink Floyd. "Set the Controls for the Heart of the Sun", uno dei brani più emozionanti dei primi Floyd, composto da Waters nel 1967 e pubblicato nel secondo disco della band, resterà nelle loro scalette fino al 1973, permettendo al batterista a distanza di tantissimi anni di riappropriarsi del gong, solitamente suonato nel loro periodo d'oro soltanto da Waters. È il momento degli ultimi due brani in scaletta firmati da Barrett: l'hit single "See Emily Play", canzone che aprì alla band le porte della top 10 inglese e "Bike", il brano che chiudeva il loro primo album “The Piper At The Gates Of Dawn”.
Il rumore del vento e il primo colpo di basso di "One of These Days" sono accolti da una ovazione del pubblico. Pratt, che la suona sin dal suo esordio con i Pink Floyd del 1987 e che di recente l'ha riproposta nei concerti di David Gilmour, ci mette l'anima così come Mason che sul finale picchia duro come non mai sui suoi tamburi. Ma il vero momento di grande emozione musicale è sicuramente la versione ridotta e riadattata di "A Saucerful of Secrets", con il vibrante finale vocale che non vorresti finisse mai. È il momento in cui l'emozione la tagli a fette tra gli spettatori, con la band che si allontana dal palco ancora con gli occhi lucidi. Non è ancora finita: il brano con cui Mason e la sua band salutano il pubblico è "Point Me at the Sky", pubblicata su singolo nel dicembre 1968, che è la prima canzone dei Pink Floyd scritta dal duo Gilmour-Waters.

Il DVD con il video del concerto (e la strana sorte del blu-ray)
Insieme al doppio cd audio è stato inserito anche il dvd con il video del concerto del regista James Tonkin, regista e direttore degli Hangman Studios di Londra, che ha all'attivo anche una collaborazione come colorista per il documentario girato da David Gilmour a Pompei.

La scelta di tenere fuori il blu-ray dal cofanetto dei cd ha raccolto il malumore dei fan che non hanno compreso come mai questo formato sia stato confezionato a parte. In ogni caso sia il dvd che il blu-ray contengono gli stessi contenuti extra, cioè le immagini con le prove e le interviste con i componenti della band. Deludono un po' le attese le prove, che durano poco più di quattro minuti, mentre sono decisamente più corpose le interviste con Mason (11:53), Beken (14:07), Kemp (14:29), Pratt (15:55) e Harris (11:22).
“Live at the Roundouse” accontenterà i fan più integralisti, quelli che mai avrebbero immaginato di ascoltare dal vivo tutte queste gemme del passato. A tutti gli altri quest'album regala l'opportunità di scoprire queste canzoni del primo periodo pinkfloydiano, cogliendo l'essenza di alcune perle che soltanto la sensibilità di Mason e dei suoi musicisti è stata capace di offrire a quanti le avevano ingiustamente dimenticate o non le conoscevano per nulla.


 

TRACKLIST

#1
01. Interstellar Overdrive - Live at The Roundhouse (05:50)
02. Astronomy Domine - Live at The Roundhouse (04:11)
03. Lucifer Sam - Live at The Roundhouse (03:12)
04. Fearless - Live at The Roundhouse (05:02)
05. Obscured By Clouds - Live at The Roundhouse (04:27)
06. When You're In - Live at The Roundhouse (01:55)
07. Remember a Day - Live at The Roundhouse (03:32)
08. Arnold Layne - Live at The Roundhouse (03:15)
09. Vegetable Man - Live at The Roundhouse (02:27)
10. If - Live at The Roundhouse (01:55)
11. Atom Heart Mother - Live at The Roundhouse (07:14)
12. If (Reprise) - Live at The Roundhouse (01:52)
13. The Nile Song - Live at The Roundhouse (03:40)

#2
01. Green Is the Colour - Live at The Roundhouse (04:07)
02. Let There Be More Light - Live at The Roundhouse (03:37)
03. Childhood End - Live at The Roundhouse (03:33)
04. Set the Controls for the Heart of the Sun - Live at The Roundhouse (12:21)
05. See Emily Play - Live at The Roundhouse (03:03)
06. Bike - Live at The Roundhouse (02:23)
07. One of These Days - Live at The Roundhouse (05:57)
08. A Saucerful of Secrets - Live at The Roundhouse (09:17)
09. Point Me at the Sky - Live at The Roundhouse (03:14)
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