«PUNISHER - Phoebe Bridgers» la recensione di Rockol

Phoebe Bridgers, l'emotività senza filtri di "Punisher"

Il secondo album dell'acclamata cantautrice di Los Angeles, sospeso tra innocenza e malizia per raccontare dei mille turbamenti di un'indole che non sopporta le mezze misure

Recensione del 01 lug 2020 a cura di Marco Di Milia

La recensione

A Phoebe Bridgers è servito pochissimo tempo per presentarsi come una delle artiste più ricercate del nuovo cantautorato statunitense. Con il debutto di “Strangers In The Alps”, pubblicato tre anni fa, è arrivato, deciso, non solo un consenso unanime di critica e pubblico, ma anche uno slancio professionale condotto in modo del tutto frenetico che l’ha vista protagonista di una pletora di collaborazioni senza fine, come la band al femminile delle Boygenius con le colleghe Julien Baker e Lucy Dacus, il duo Better Oblivion Community Center insieme a Conor Oberst e la partecipazione in “Walking on a string” con il frontman dei National, Matt Berninger.

Arrivata ora al suo secondo disco, l’attenzione intorno alle mosse della talentuosa ventiseienne di Los Angeles si è presto caricata di aspettative importanti, a partire dal primo singolo rilasciato come anticipazione del nuovo lavoro, la delicata ballata “Garden song”. In “Punisher” il folk intimo e crepuscolare già trattato in precedenza si tinge di ulteriori tocchi di inquieta armonia, sospesa tra le immagini di una realtà ormai prossima al disastro e un timbro dolcemente rassicurante. La Bridgers gioca volentieri in questa sua dicotomia sfruttando con consapevole malizia i contrasti di un temperamento candido e pure dissoluto, in apparenza divergenti ma del tutto  capaci di completarsi.

Specchio di questa tensione mai troppo risolta, l’album coglie in mille sfumature una personale visione del dolore, che la sua autrice delinea in una sorta di sintesi tra Joni Mitchell e Elliott Smith. Proprio alla figura drammatica del cantautore, scomparso quando Phoebe aveva appena nove anni, è rivolta la stessa “Punisher”, in cui la giovane musicista pensa di vedere Smith ovunque vada, immaginando fitte conversazioni con lui. Una sorta di diario di stati d’animo da codificare, costantemente divisi tra cortese e profano, taglienti e diretti così come delicati e struggenti. Succede in “Kyoto”, il pezzo più ritmato del lotto, in cui, alzando le spalle ammette la sua incostanza: “Volevo vedere il mondo / Poi ho sorvolato l'oceano e ho cambiato idea”.

C’è un’intimità fragile che la Bridgers cerca di sviscerare a fondo, in bilico tra mestizia e una incessante ricerca di concretezza, da “Halloween” a “Graceland too”, in mezzo a suggestioni morbidamente oniriche e piene di tormenti che non può ancora superare. Cantati con un distacco quasi sciamanico, i brani di “Punisher” mettono volentieri l’accento su un caos affettivo duro a districarsi, ispirato dalle opere delle scrittrice Joan Didion, rendendo la sua poetica insieme vulnerabile e irregolare. La caustica “Moon song” ribadisce questa visione disordinata dei sentimenti, quando tra frammenti di vita sparsi, cita apertamente Eric Clapton e la storia tragica della sua “Tears in Heaven”. Ancora, si fanno largo a più riprese atmosfere cupe e un certo bisogno di essenzialità che non rinuncia però nel suo folk, asciutto e terribilmente minimalista, alle tessiture di fiati e tastiere, così come a un buon numero di collaboratori, dalle stesse Boygenius al socio Conor Oberst, e tra gli altri, Jenny Lee Lindberg delle Warpaint e Nick Zinner, chitarrista degli Yeah Yeah Yeahs. Partendo dall’introduttiva - e non potrebbe essere altrimenti - “DVD menu”, Phoebe compone tassello dopo tassello una personale seduzione artistica aggiungendo e sottraendo, attraverso allusioni e timidezze, la propria turbolenta emotività. Introspettiva, ma anche indagatoria, unisce alt rock e pop, banjo, mellotron e chitarre per mettere in scena la sua realtà con disarmante chiarezza.

Racconta così di vite e sentimenti andati a pezzi, come in “Chinese satellite", "I see you” o in “Savior complex, così come a pezzi, in ultimo, le sembra sia finita la sua America nella conclusiva “I know the end”, persa tra centri commerciali e slot machine. Non ha bisogno di particolari giri di parole per evidenziare le storture di un mondo che non riesce più a trovare spazio per la bellezza. Phoebe Bridgers in questo si conferma così una delle voci più sensibili e disincantate di un cantautorato che negli Stati Uniti, ora più che mai, ha bisogno di tornare a farsi sentire.

TRACKLIST

01. DVD Menu (01:09)
02. Garden Song (03:39)
03. Kyoto (03:04)
04. Punisher (03:09)
05. Halloween (04:31)
06. Chinese Satellite (03:37)
07. Moon Song (04:37)
08. Savior Complex (04:01)
09. I See You (03:10)
10. Graceland Too (03:56)
11. I Know The End (05:44)
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