«SOUL CATCHER - Olu» la recensione di Rockol

Olu - SOUL CATCHER - la recensione

Recensione del 14 mag 2000

La recensione

Ecco un artista che gli appassionati di nu-soul e di R&B dovrebbero tenere d’occhio: questo suo album di debutto, pubblicato negli States lo scorso anno ma stampato in Europa solo ora, offre molti spunti interessanti e ci mostra un vocalist dotato di personalità, abile anche nel comporre, produrre e suonare un sacco di strumenti. Non siamo di fronte alla complessa genialità di D’Angelo e nemmeno alla straordinaria ricerca melodica di Brian McKnight, Olu ha però dalla sua una innata capacità di sedurre con un timbro che affonda le radici nel gospel, sfoderando uno stile che colpisce immediatamente per il suo calore. Curiosamente, Olu a tratti ricorda il grande Daryl Hall, un “bianco” che da sempre gioca a fare il “nero”. Tale somiglianza, sicuramente non voluta, stupisce se pensiamo che in questi anni il 90 per cento dei nuovi interpreti soul si sono ispirati a Marvin Gaye. Olu, in questo senso, si distacca dal mucchio evitando riferimenti ingombranti con il passato, concentrandosi invece nel rileggere a modo suo il presente, assorbendo le ultime tendenze del nu-soul con intelligenza e buon gusto. A questo punto i paragoni con D’Angelo e Maxwell sono decisamente appropriati: con i due interpreti condivide certamente il talento di “one man band”, di capace organizzatore di suoni, producer, arrangiatore, oltre che di compositore di tutto il repertorio. Produttore esecutivo dell’album è Stewart Matthewman, mente del gruppo di Sade, che in passato – guarda caso – ha collaborato come produttore, arrangiatore e compositore per i primi due album di Maxwell. L’atmosfera generale richiama infatti certe belle produzioni di Matthewman (Sweetback, Groove Theory, Santessa), anche se il suo intervento è sicuramente meno evidente. Tra i brani, tutti di buona qualità, segnaliamo “Soul Catcher”, forse la più bella dell’intero disco insieme a “Sista”, altro gioiello soul proposto anche nella versione remix dei Roots. In “Don’t cry” emerge piacevolmente lo stile Hall & Oates mentre si scopre tutta la profondità dell’autore in “High desert woman”, scritta da Olu dopo alcune conversazioni con uno sciamano dei nativi americani.
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