«SHAPESHIFTER - Marcy Playground» la recensione di Rockol

Marcy Playground - SHAPESHIFTER - la recensione

Recensione del 09 mag 2000

La recensione

“Shapeshifter” è un termine che indica, nella tradizione degli sciamani, uno spirito guida che ci segue e ci mostra delle verità, a mano a mano che procediamo nel cammino della vita. Rifacendosi a questa immagine, mutuata dalle esperienze della sua infanzia, John Wozniak, autore delle canzoni dei Marcy Playground - e nel caso di questo disco anche produttore - ha scritto una serie di brani che sono una personale esplorazione dell'anima di una generazione, la sua, ovvero quella che si avvia verso i trenta. Come uno spirito che di volta in volta assume un volto diverso, Wozniak guarda al passato, pensando al futuro e raccontando il presente suo e della sua generazione, portando chi ascolta in un viaggio sonoro che mescola ispirazioni diverse, dai Nirvana, ai Pearl Jam, ai Beatles, ai They Might Be Giants, solo per citare i più riconoscibili. L'album si apre con "It's saturday", con uno sguardo cioè al mondo semplice di quando si è ragazzi, di quando ci si può tirare fuori dai ritmi del mondo simulando un mal di pancia per non andare a scuola di sabato. E lo stesso richiamo al passato lo si trova in "Secret squirrel", un omaggio a uno scoiattolo da fumetto che salva il mondo con la sua super-coda. Il passato scanzonato e leggero lascia però presto il posto a temi più esistenziali, come nella ballata "America" dove si parla dell'aspirazione a trovare un posto da chiamare casa. E siamo in pieno clima da "crisi dei trenta" con "Bye bye", constatazione della propria solitudine e del peso dei propri errori, che non impedisce però di essere in qualche modo felici, e con "All the lights went out", ballata psichedelica dove l'amore è qualcosa cui si è quasi condannati (concetto ripreso in "Love bug"). Si arriva così a "Wave motion gun", brano che ripropone chitarre alla Pearl Jam abbinate a un testo cupo, che parla del desiderio di farla finita (con l'eroina o più velocemente con il gas); un'ispirazione dalle tinte fosche che ritroviamo in "Never", il brano che più si richiama alle sonorità dei Nirvana. Parentesi da racconto "epico" per "Rebel sodville", seguita dai due brani piacevolmente leggeri, dei veri divertissement, "Sunday mail" e "Pigeon farm" (ripresa come traccia fantasma alla fine del disco) che lasciano il posto alla conclusiva "Our generation", ambiziosa parabola spiritual-generazionale in forma di ballata. Forse non c' è un singolo riuscito come "Sex and Candy" (riascoltabile e visibile come traccia video inclusa nel Cd insieme a "Comin' up from behind", "Sherry frasier" e "Saint Joe on the school bus"), ma certo è che "Shapeshifter" rimane un album capace di raccontare, attraverso la sua varietà di ispirazioni, di come nella vita, e nella musica, si mescolino spesso e volentieri la leggerezza e la disperazione, il ricordo del passato e l' attesa, non senza inquietudini, del futuro.
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