«JUMP START - Simon Says» la recensione di Rockol

Simon Says - JUMP START - la recensione

Recensione del 08 mag 2000

La recensione

A guardarli in copertina, si direbbero una boy-band cugina dei Five. Poi, il disco dei debuttanti di Sacramento parte a cento all’ora: è subito un tripudio di aggressive chitarre e possenti digressioni ritmiche (il bassista si direbbe un attimo più scafato degli altri). La produzione di Rob Cavallo fa venire in mente, naturalmente, i Green Day, e apparentemente il vestito è quello. I manichini che lo indossano tuttavia sono molto diversi; i giovani Green Day erano più pretenziosi negli intenti (e un po’ più monocordi dal punto di vista creativo). I Simon Says sembrano provenire dalla galassia pop-rock, ed essersi poi caricati di watt, agnelli con vesti di lupi. Lo dice il fatto che tra una bordata e l’altra si intravedono scheletri di melodie e robuste strutture che rendono possibile usare la parola "canzoni" e non "brani" per indicare quanto si sussegue dall’antiedipica "Sever" sino alla malinconica (ma anche lei potente) "Sam". Facile farsi agganciare dall’urgenza di "Ship jumper", e facile anche riconoscere nella seconda metà del disco (da "Nucleus" in poi) il tentativo di dare un senso al cieco furore che ha fatto ricchi i Limp Bizkit. Difficile, per aiutarsi nella descrizione, fare nomi senza dire sciocchezze, tanti sono i campi in cui potrebbero giocare la loro partita i Simon Says: siamo forse tra i Reef e i Bush, in salsa grunge. Ma senza certe pesantezze di tali, pur importanti epigoni attuali del rock. Se ci si passa il paragone, la fresca energia di questi giovanissimi californiani (si noti: la stessa California di Offspring, Blink 182 e Oleander) ha il salutare effetto di uno sciacquo di tantum verde dopo che si è ingurgitato tanto inutile rock alternativo, tanto inutile pop radiofonico, e tante rancide, insignificanti commistioni, da Beck a Kid Rock.
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