«SINGS ELVIS - Danzig» la recensione di Rockol

Il Re è morto, canta Danzig

Non solo punk e hard rock: il frontman storico di Misfits, Samhain e gli stessi Danzig dedica un album di cover al suo mito di sempre, Elvis Presley. Senza intenzione di alzare troppo il volume

Recensione del 06 mag 2020 a cura di Marco Di Milia

Voto 5/10

La recensione

Quando nel 1977 il Re si congedava da questo mondo, dopo aver collezionato successi e calorie di ogni sorta, il problematico ventenne Glenn Danzig stava ancora cercando la sua strada, preso dall’idea di mettere in piedi una band punk. Nonostante le carriere dei due non si siano mai nemmeno sfiorate, l’oscuro cantante ha deciso ora, con “Danzig Sings Elvis”, di dedicare al suo mito musicale per eccellenza un intero album di rivisitazioni più o meno fedeli agli originali.

Una passione, quella di Danzig, presto dichiarata, fin dai tempi in cui scalpitava coi Misfits e per la quale ha sempre manifestato una sincera devozione. Sognava, durante la sua turbolenta gioventù, di essere determinato come quel ragazzo dal sorriso ammiccante e dalle movenze spigliate che si batteva per riconquistare la propria libertà e farsi un nome nel mondo della musica, visto in “Jailhouse Rock”. Fonte di ispirazione impermeabile agli anni e alle mode, Elvis, seppur involontariamente, ha favorito lo sviluppo artistico di Danzig, non a caso soprannominato “The Evil Elvis”, che adesso sente arrivata l’occasione per ricambiare il favore ricevuto.

Uno scambio di cortesie che però non ha reso come in teoria avrebbe meritato.

L’ugola del rocker non è certo abrasiva come una volta, eppure questo dettaglio sembra quasi irrilevante nelle quattordici tracce che compongono il disco, troppo spesso incapaci di lasciare davvero il segno così come di reggere il peso, insostenibile, di un possibile paragone. Il tributo di Danzig, seppure mosso da nobili sentimenti e inseguito più volte negli anni, finisce purtroppo per arrivare fuori tempo, tanto da risultare il divertissement da karaoke di chi non ha niente da dover dimostrare. Penalizzato da una produzione molto poco incisiva, il progetto di “Danzig Sings Elvis” cerca comunque di salvare le pelle, mettendo insieme vibrazioni tenebrose e uno spirito indomito da clone senza pudore. Così i brani scelti - non proprio i soliti nomi e solamente due successivi al 1960, "Always on my mind" e "Loving arms" - si accendono di malinconiche atmosfere fatte di tenui riverberi, chitarre soffuse e qualche timido accenno di batteria. La voce, protagonista assoluta sempre un paio di passi avanti a tutto, si prende tutto lo spazio, aggiungendo una patina vintage a un’estetica da horror anni Cinquanta.

Si tratta di trasposizioni piuttosto essenziali, interpretate da Danzig alla sua maniera - a volte piuttosto malferma - con quel romantico affetto provato verso uno di quegli eroi che in qualche modo si conoscono da sempre e che hanno avuto un’importanza fondamentale nel corso della propria formazione. Da “One night” a “Fever”, il vecchio Glenn prova a restituire la gloriosa aura sovversiva di un tempo, ma con la carica smorzata di un crooner che non ha intenzione di alzare troppo il volume per fare la differenza.

Difficile, se non davvero impossibile, liberare questi brani dalla presenza ingombrante di Presley, che con quel suo magnetico carisma ha prima scandalizzato e poi travolto l’America intera.

Nelle canzoni, tale caratterizzazione è invece offuscata dalle aspettative di quello che questo disco poteva essere e che invece è. “Pocket full of rainbows”, “Always on my mind”, “Lonely blue boy”, Girl of My Best Friend" e molte altre ancora cercano tutte di ritrovare quell’antica vitalità. Probabilmente con l’aiuto di una produzione esterna e un maggiore senso della misura il risultato sarebbe stato più incisivo. Qui invece Danzig ha preferito fare tutto da solo, con gli unici aiuti esterni del chitarrista Tommy Victor e un'apparizione del batterista Joey Castillo, senza permettere a nessuno di giudicare il suo operato. Ancora una volta perciò il cantante tende a essere vittima di un ego che non ammette confronti, finendo per rimanerne prigioniero. Esattamente come Elvis.

TRACKLIST

01. Is It so Strange (02:32)
02. One Night (02:41)
03. Lonely Blue Boy (02:18)
04. First in Line (03:32)
06. Love Me (03:09)
08. Fever (03:45)
10. Always on My Mind (03:14)
11. Loving Arms (03:02)
12. Like a Baby (02:36)
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