«FATHER OF THE BRIDE - Vampire Weekend» la recensione di Rockol

“Father of the bride”, il gran ritorno dei Vampire Weekend

In un’epoca di canzoni-meme, Ezra Koenig dimostra d’essere un melodista pieno di fantasia e talenti

Recensione del 06 mag 2019 a cura di Redazione

La recensione

Per tanti, troppi anni una parte del pubblico e della critica rock ha coltivato un pregiudizio contro la leggerezza e ha attribuito valore solo a quel che suonava drammatico e impegnato. Ecco perché, ad esempio, molti hanno riconosciuto la grandezza dei Beach Boys solo tardivamente. Nei Vampire Weekend non c’è un Brian Wilson, ma la loro storia e il loro quarto album “Father of the bride” dimostrano che la leggerezza, “oggetto irraggiungibile d’una quête senza fine” come scriveva Italo Calvino, è una virtù se inseguita con talento e fantasia. E al cantante e autore Ezra Koenig le due cose non mancano.

“Father of the bride” è un gioiellino assieme fragile e complesso, un disco pop amabile costruito con un senso artigianale per gli arrangiamenti e i dettagli seducenti. È uno di quegli album pieni di cose, di segni anche discordanti, di stili che convivono con grazia. E così capita d’ascoltare chitarrine afro-pop e subito dopo una voce alterata con Auto-Tune, fingerpicking di discendenza folk e aperture psichedeliche, effetti digitali e un pianoforte fra barrelhouse e gospel. Si passa attraverso vari stravolgimenti di tempi e atmosfere, anche all’interno della stessa canzone, per poi finire con “Jerusalem, New York, Berlin” dove Koenig cita la Dichiarazione di Balfour del 1917 e la questione israelo-palestinese. Eppure tutto torna: “Father of the bride” suona come un vero album, non come una playlist.

Può essere una frase di basso, una linea di chitarra che si ripete gioiosamente come quella di “This life”, il jazz leggero di “My mistake”. Possono essere gli arrangiamenti per archi brillanti che appaiono sporadicamente nelle canzoni (vedi “Rich man”) o le frasi psichedeliche di “Sunflower”. Può essere l’incontro fra una melodia limpidissima e agrodolce, un coro maschile e una parte di chitarra alla George Harrison di “Big blue”, ma tutto, davvero tutto in “Father of the bride” trasmette un sentimento d’innocenza e celebrazione, nonostante nei testi si canti di relazione tormentate e si getti qua e là lo sguardo sulla violenza e l’insensatezza del mondo.

“Father of the bride” è anche un lavoro collettivo. Il membro fondatore Rostam Batmanglij, che ha lasciato la band tre anni fa, è presente come co-autore e produttore in un paio di pezzi, la maggior parte delle tracce sono prodotte da Ezra Koenig e Ariel Rechtshaid, qua e là appaiono anche BloodPop e Mark Ronson. Ci sono le voci di Danielle Haim e Steve Lacy (The Internet) in cinque pezzi. Sono 18 canzoni in meno di un’ora, con giusto tre o quattro momenti sottotono. Sono pezzi che si è portati a canticchiare subito, come se già li si conoscesse. È questa, forse, una delle armi migliori di Koenig: in un’epoca di canzoni-meme, lui è un gran melodista e fa sembrare il mondo il suo parco giochi.

TRACKLIST

01. Hold You Now (feat. Danielle Haim) (02:33)
02. Harmony Hall (05:08)
03. Bambina (01:42)
04. This Life (04:28)
05. Big Blue (01:48)
06. How Long? (03:32)
07. Unbearably White (04:40)
08. Rich Man (02:29)
09. Married in a Gold Rush (feat. Danielle Haim) (03:42)
10. My Mistake (03:18)
11. Sympathy (03:46)
12. Sunflower (feat. Steve Lacy) (02:17)
13. Flower Moon (feat. Steve Lacy) (03:57)
14. 2021 (01:38)
15. We Belong Together (feat. Danielle Haim) (03:10)
16. Stranger (04:08)
17. Spring Snow (02:41)
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