«BEGIN AGAIN - Norah Jones» la recensione di Rockol

“Begin Again”, Norah Jones fuori dalla comfort zone

Grandi musicisti e voglia di sperimentare: la cantautrice americana s’avventura verso l’ignoto, ma a piccoli passi

Recensione del 16 apr 2019 a cura di Claudio Todesco

La recensione

Quanti modi ci sono di cantare la frase “and I knew it was you”? Norah Jones ne trova una mezza dozzina giocando con inflessioni, ritmo, accenti, pause. Un organo culla la voce, mentre tromba e sax tenore l’abbracciano in un lento sexy. È il tipo di piacere che regala la musica della musicista newyorkese, campionessa del cantautorato confidenziale per alcuni, regina dello sbadiglio per altri. In questo EP, tanto grazioso quanto vario, Jones si misura con una certa varietà di stili e musicisti. Non è una rivoluzione, ma non è nemmeno la solita Norah.

Nel 2018, alla fine del tour mondiale di “Day breaks”, Norah Jones ha deciso di fare le cose in modo nuovo, ha cominciato cioè a incidere e pubblicare una canzone alla volta prendendosi la libertà di collaborare con molti musicisti ed esplorare vari stili e suoni. E di farlo velocemente, senza pensarci troppo su. Con alcuni minimi comuni denominatori: la sua voce, il suo tocco, quasi sempre la produzione di Thomas Bartlett (St. Vincent, Joan As Police Woman, Glen Hansard, Sufjan Stevens). Una specie di ritorno all’epoca dei 45 giri. “Begin again” è l’EP che raccoglie le canzoni incise e in parte pubblicate nell'ultimo anno.

Il tocco di Bartlett, produttore votato alla ricerca di un territorio inesplorato in cui possono muoversi artisti dal songwriting tradizionale senza sembrare vecchi reduci, è ben presente in “Uh oh” e in “My heart is full”, quest’ultima una sorta di elettro-gospel in cui il messaggio di protesta è ridotto a poche semplicissime frasi. Anche “Begin again” getta uno sguardo ampio, su un intero paese. Jones cava dal piano una frase che sembra sempre sul punto di partire, mentre Brian Blade muove il ritmo mantenendo la sua meravigliosa leggerezza. Intanto, il testo si chiede se una nazione nata dal sangue riuscirà a tirarsi fuori dal pantano.

Agli amanti del lato tradizionale di Norah Jones potrebbe piacere “A song with no name”. Scritta e prodotta con Jeff Tweedy (Wilco), si richiama alle radici della canzone americana fra chitarre acustiche, pianoforte e celesta per raccontare una storia d’amore che sembra uguale ad altre (“Ti amo troppo? Ti stringo troppo?”), ma svela aspetti inquietanti (“Se avessi una pistola, se avessi un pugnale, se avessi il tuo amore, se fossi tua moglie”). La coppia Jones-Tweedy fa il bis in “Wintertime”, testo pieno di ombre e paure, musica rasserenante nello stile collaudato dell’autrice.

“Begin again” non è un disco importante, nemmeno all’interno della discografia di Norah Jones. Ma oltre a contenere momenti seducenti e qualche minuto amabilmente rassicurante, offre un po’ di musica inattesa. Come “Just a little bit” in cui la voce della cantante sembra filtrata digitalmente e la band di Brian Blade suona una sorta di jazz-pop per l’era digitale. Pur essendo sostanzialmente una raccolta di singoli, “Begin again” segnala la volontà di continuare a cercare, di far musica uscendo dalla zona di comfort. E di farlo a piccoli passi, con cautela, con serenità, circondandosi di musicisti di valore.

TRACKLIST

01. My Heart Is Full (03:06)
02. Begin Again (03:49)
03. It Was You (05:30)
05. Uh Oh (03:37)
06. Wintertime (03:48)
07. Just A Little Bit (05:02)
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