«WASTELAND, BABY! - Hozier» la recensione di Rockol

Hozier vi dà il benvenuto nell’apocalisse

Il cantautore irlandese mischia folk, pop e gospel per mettere in scena il contrasto fra una dimensione pubblica apocalittica e una dimensione privata confortante.

Recensione del 20 mar 2019 a cura di Claudio Todesco

La recensione

Un talento che rivaleggia con quello di Jeff Buckley, scrive il Telegraph. Senza significato, né direzione, sentenzia Pitchfork. Hozier è uno che divide. Giunto al secondo album dopo l’exploit di “Take me to church”, l’irlandese non cambia formula e anzi la moltiplica per 14, il numero di canzoni di “Wasteland, baby!”. La sua miscela di gospel, pop e folk, musica bianca e politicamente corretta, è un linguaggio personale collaudato, ha i riferimenti giusti, costituisce un linguaggio tutto sommato controcorrente nel 2019, ma a volte la scrittura è funzionale alla creazione di tappeti sonori suggestivi più che al valore delle canzoni.

Se “Hozier” era il debutto di un cantautore che s’interrogava su religione, peccato, relazioni e morte, “Wasteland, baby!” inscena il contrasto fra una dimensione pubblica apocalittica e una dimensione privata confortante. In “Nina cried power” l’irlandese mette in fila con l’aiuto della voce piena di soul e screziata dal tempo di Mavis Staples un rosario di santini politico-musicali, da Nina Simone a John Lennon passando per Patti Smith, James Brown e una decina d’altri. È una metacanzone di protesta che chiama in rassegna le intelligenze creative che in passato hanno espresso la forza d’aggregazione che oggi manca, con un arrangiamento di Booker T Jones e l’interpolazione di “Sinnerman” della Simone. E pure “Almost (Sweet music)” è un omaggio ai grandi del passato, un gioco che nel testo contiene riferimenti palesi o nascosti ai grandi del jazz.

Il folk gioca un ruolo nel disco e in particolare nel fingerpicking di “As it was”, nella strofa delicata di “Would that I” e in “Shrike”, la cui aria vagamente celtica accompagna la storia di una relazione finita. Altrove s’ascoltano echi del gospel-pop di “Take me to church”, basi d’organo, cori, battimano, un filo di pathos. È un po’ il fantasma che aleggia sul disco e in particolare in chiave leggera su “To noise making (Sing)” e più drammatica su “Movement” – e anche qui tante citazioni, questa volta dalla Bibbia, dalla mitologia greca, dal pop. L’album che s’apre con le visioni libertarie di “Nina cried power” contiene anche “Be”, con riferimenti al cambiamento climatico, e si chiude con “Wasteland, baby!”, dove Hozier mette in connessione le nostre ansie collettive, e persino la paura per un nuovo conflitto nucleare, con i timori piccoli e singolari di un ragazzo che s’innamora per la prima volta.

“Wasteland, baby!” vive in una dimensione spazio-temporale volutamente ambigua. È uno di quei dischi britannici che strizzano l’occhio all’America, alle sue musiche, al suo immaginario, con il suono plasmato da Markus Dravs, produttore e co-autore che ha lavorato con Coldplay, Mumford & Sons, Arcade Fire, ma anche da Rob Kirwan e Ariel Rechtshaid. È sospeso in un tempo indefinito dove il passato è evocato senza alcun intento tradizionalista, ma anzi subisce una bella verniciata pop e viene movimentato da piccole invenzioni ritmiche figlie dell’hip-hop. Ha dalla sua lo stile vocale di Hozier, il suo canto appassionato e flessibile. Fallisce però nel mantenere alta la tensione per tutte e 14 le canzoni. Forse hanno torto tutti: Hozier non è un talento che rivaleggia con quello di Jeff Buckley, ma non è vero che il disco non ha identità, né direzione. È che Hozier, molto più semplicemente, è bravo, ma non abbastanza da evocare anche solo una frazione della grandezza dei giganti che ama citare.

 

TRACKLIST

01. Nina Cried Power (03:45)
03. Movement (03:57)
04. No Plan (05:31)
05. Nobody (03:30)
07. As It Was (03:27)
08. Shrike (04:58)
09. Talk (03:26)
10. Be (04:49)
11. Dinner & Diatribes (03:44)
12. Would That I (04:28)
13. Sunlight (04:17)
14. Wasteland, Baby! (04:26)
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