Recensioni / 25 apr 2019

Cranberries - IN THE END - la recensione

L'ultimo album dei Cranberries, la storia del gruppo si chiude con "In The End"

L'addio alle scene a un anno dalla scomparsa della cantante Dolores O'Riordan, i Cranberries ne celebrano la memoria con un disco di inediti postumo che ne racconta l'assenza

Voto Rockol: 4.0/5
Recensione di Marco Di Milia
IN THE END
BMG (CD)

Alla fine, a far sentire la sua voce è soprattutto l’assenza. Il gruppo di fatto non esiste più da quando il destino ha bussato, violento, alla porta della camera d’albergo di Dolores O’Riordan. Per congedarsi dalle scene, i Cranberries celebrano la memoria della loro carismatica frontwoman con un ultimo album di inediti, al tempo stesso accorato omaggio e atto conclusivo della carriera del quartetto irlandese, intitolato, appunto, “In The End”.

La storia del disco ha inizio nell’inverno del 2017, in un periodo di ritrovata fiducia per la cantante, che aveva iniziato a comporre nuova musica insieme al chitarrista Noel Hogan durante la pausa forzata del tour acustico al tempo in programma. Riponendo nei testi una rinnovata armonia in quella vita che, tra alti e bassi, continuava a non acquietarsi mai davvero, la O’Riordan sentiva il bisogno di lasciarsi alle spalle i momenti complicati affrontati negli ultimi anni, come il divorzio e i diversi problemi di salute patiti. L’inevitabile carico emotivo che accompagna le undici canzoni di “In The End” acquisisce così un'ulteriore tensione drammatica, sapendo che queste tracce rappresentano l’atto finale dell’avventura artistica e umana di Dolores.

Quella che si racconta è una mancanza, incolmabile per la sopravvivenza del gruppo stesso, ma capace di rivivere, ancora una volta, nel pop vibrante, insieme delicato e rabbioso che da sempre ha caratterizzato lo stile dei Cranberries. Creando in questo modo un ponte tra un passato ingombrante e un presente che non può esistere, l’album postumo della band mostra, paradossalmente, di aver recuperato finalmente la scintilla che la formazione di Limerick pareva aver smarrito nelle sue ultime uscite. Il soft rock di “All over now” riporta quindi le lancette indietro nel tempo nel suo incedere dolciastro che, partendo da un rapporto sentimentale ormai logoro, mette un punto tanto sulla relazione quanto sulla storia del gruppo. Nel cantato gentile della O’Riordan e in quei versi ripetuti a lungo - “Do you remember? / I remember it all / (And it's) It's all over now” - risulta difficile non leggere tra le righe un epitaffio di commiato dal proprio pubblico, rendendo immediatamente tangibile quel senso di tragica fatalità che comunica l’intero lavoro. Sulla stessa linea, le atmosfere sospese di “Lost” con il suo dolente arrangiamento orchestrale e l’enfasi melodrammatica della più roboante “Wake me when it’s over”, dove il gruppo ritorna sul bisogno mai sopito di umanità che Dolores O’Riordan reclamava con la stessa intensità di una preghiera nelle proprie liriche.

Lontana da certi slanci nervosi di una volta, qui la voce della cantante, sembra aver trovato una sua pacificazione, che nel corso dell’album si rivela un poco alla volta, fino a raggiungere un apice di dolcezza differente, a tratti vivida, che va oltre gli abituali spleen melodici della band. Eppure, “In The End” non è un disco dalla tristezza infinita, perché insieme a brani dal carattere plumbeo sono raccolti anche gli episodi più leggeri di “Summer song” e “Crazy heart”. In questo modo registri in apparenza distanti compongono un filo unico di sentimenti che, traccia dopo traccia, si snoda tra slanci vitali e insicurezze smisurate, in cui la voglia di ricercare una nuova speranza si riflette nelle dinamiche e nelle tessiture di canzoni vulnerabili come “Catch me if you can” quanto nelle più ammalianti “Illusion” e “The pressure”.

Concepito come un atto di riverenza alla vita e all’arte di Dolores O’Riordan, “In The End” ha avuto una preparazione per forza di cose complessa, in cui nel racconto degli stessi protagonisti, i tre Cranberries superstiti - il chitarrista Noel Hogan, il bassista Mike Hogan e il batterista Fergal Lawler - per fare di quei demo così incisivi un piano davvero compiuto si sono rivolti al fidato produttore Stephen Street - già all'opera con la band in quattro album, tra i quali il primo “Everybody Else Is Doing It So Why Can’t We?” e quello del grande classico “Zombie”, “No Need To Argue” del 1994. Riportando in primo piano quel senso di perdita irreparabile che quest’ultima uscita degli irlandesi trasmette con franchezza, alla fine nel processo di registrazione e completamento delle tracce, portato avanti con l’energia creativa dell’emozione, nelle canzoni non è confluito solamente il grande vuoto avvertito in studio ma anche - nonostante non vi siano novità significative dal punto di vista musicale - una buona gamma di brividi con cui far calare il sipario.

In chiusura, con l’accorato brano che dà il titolo al disco, “In the end”, si conclude la storia del gruppo di Limerick con una struggente ballata da cui emerge finalmente la serenità che la O’Riordan sembra aver voluto inseguire per tutta la sua breve esistenza e che da ultimo, ha trovato compimento proprio alla fine del suo viaggio.

TRACKLIST

01. All Over Now - (04:16)
02. Lost - (04:00)
03. Wake Me When It's Over - (04:12)
04. A Place I Know - (04:27)
05. Catch Me If You Can - (04:38)
06. Got It - (04:02)
07. Illusion - (04:07)
08. Crazy Heart - (03:26)
09. Summer Song - (03:34)
10. The Pressure - (03:22)
11. In The End - (02:57)