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Recensioni / 18 feb 2019

Dream Theater - DISTANCE OVER TIME - la recensione

“Distance over time” è il ritorno a casa dei Dream Theater

No, il nuovo album dei Dream Theater non somiglia per niente all’opera rock di tre anni fa “The astonishing”. È una sorta di ritorno al prog metal che loro stessi hanno contribuito a creare. Heavy, eccitante e furioso.

Voto Rockol: 4.0/5
Recensione di Claudio Todesco
DISTANCE OVER TIME
Insideoutmusic (CD)

Si finisce d’ascoltare “Distance over time” con la testa che rimbomba. Non si ricorda un solo tema melodico, ma ci si porta appresso il senso d’eccitazione trasmesso dalle performance. “Distance over time” è quel che l’opera rock del 2016 “The astonishing” non era: metallico, eccitante, compatto. E volutamente heavy. È il tentativo dei Dream Theater di riportare tutto a casa, di riallacciarsi alle radici prog metal, il sottogenere che hanno contribuito a definire alzando l’asticella del virtuosismo, e di farlo con un suono favoloso e lo spirito dei musicisti che suonano assieme in una stanza. I Dream Theater sono al quattordicesimo album e sono ancora affamati di musica.

“The astonishing” era un doppio prolisso e per certi versi eccessivo, col cantante James Labrie che interpretava otto diversi personaggi che si muovevano in un futuro distopico. Ci voleva qualcosa di diverso. All’inizio dell’estate 2018, la band si è chiusa negli studi Yonderbarn di Monticello, a una quindicina di chilometri dal sito del festival di Woodstock. Lì i cinque hanno vissuto assieme e creato l’album quasi da zero – ad eccezione di “Pale blue dot” e “Viper king”, nate durante i soundcheck del tour precedente. «Mi auguro che, ascoltandolo, ne ricaviate il senso di unione, cameratismo, gioia e inclusione che abbiamo provato», ha detto il chitarrista John Petrucci.

“Distance over time” è a tratti sensazionale. Mica poco per una band che nel 2019 festeggia i trent’anni d’attività discografica. Non aggiunge granché alla lunga storia dei Dream Theater, ma è pieno di passaggi spettacolari come il duetto chitarra elettrica-Hammond X5 di “Untethered angel”. Ci sono momenti in cui il gruppo sembra andare sul sicuro (“Paralyzed”) e altri in cui riesce a ricreare una formidabile sensazione d’isteria, spingendosi fino al limite in cui sembra che la musica stia per disintegrarsi (“Fall into the light”). Piccoli dettagli portano la musica altrove, anche se per poche battute, come la voce di James LaBrie filtrata con un effetto vagamente psichedelico-beatlesiano in “Room 137”. E in almeno un paio d'occasioni Petrucci piazza assoli meno densi rispetto al suo standard, figli di un gusto melodico anni ’70.

“At wit’s end” è una canzone a suo modo importante, non solo per i 9 minuti e passa di durata. Racconta il dramma psicologico di una coppia distrutta da uno stupro, con LaBrie che interpreta entrambi i personaggi e la band che porta la musica in mille direzioni per poi ritrovarsi nel tormentone cantato «Don’t leave me now». In questi 57 minuti c’è una sola ballata, “Out of reach” e pare una delle cose meno interessanti dell’album forse per l’interpretazione eccessivamente enfatica di LaBrie – questione di gusti. Va bene però per riprendere il fiato prima di “Pale blue dot”, bel finale “cosmico” ed esaltante, con un testo che ricalca le parole usate dall’astrofisico e scrittore Carl Sagan nel commentare la celebre foto scattata dalla sonda Voyager 1 nel 1990 dove il nostro pianeta appare come un puntino celeste. Le versioni digipak e digitali si chiudono in realtà con la bonus track “Viper king”, un rock-blues schizzato con un favoloso groove di Hammond che fa tanto Deep Purple.

E insomma, “Distance over time” non contiene grandi canzoni, ma grandi performance, quelle sì e in abbondanza. I testi coprono un ampio spettro d’argomenti, pesanti e leggeri: la paura che spinge a fare scelte di vita conservative (“Untethered angel”); il gusto del guidare l’auto sportiva Dodge Viper; anime perdute in un bar (“Barstool warrior”); la sequenza allarmante «Verità scioccante! Cambiamento climatico! Inondazioni e incendi! Uragani! Overdose! Suicidio! Morte di un innocente!» di “S2N”, che sta per “Signal to noise” e che contiene un assolo spettacolare del tastierista Jordan Rudess, altro fenomeno.

I musicisti rock che dopo trent’anni di attività riescono a stupire sono pochi, pochissimi. Quelli che riescono a mettere assieme dischi impeccabili sono ancora meno – se esistono. In quest’album, i Dream Theater trionfano ogni qual volta abbracciano con entusiasmo la cultura della jam session, facendo al tempo stesso un’operazione di sintesi. Il loro virtuosismo non è fine a sé stesso, è messo al servizio dell’effetto complessivo. E se lo stile di LaBrie dopo un po’ v’annoia, sappiate che i mix strumentali delle 10 canzoni sono contenuti, unitamente a DVD/Blu-Ray con mix 5.1 e file hi-res, nella versione espansa su doppio CD. Detto semplice semplice: quando senti una band suonare così ogni altra considerazione sullo stile antistorico o sulla mancanza di novità passa in secondo piano.

 

TRACKLIST

01. Untethered Angel - (06:14)
02. Paralyzed - (04:17)
03. Fall into the Light - (07:04)
04. Barstool Warrior - (06:43)
05. Room 137 - (04:23)
06. S2N - (06:21)
07. At Wit's End - (09:20)
08. Out of Reach - (04:04)
09. Pale Blue Dot - (08:25)
10. Viper King (Bonus track) - (04:00)