«THE SOUND OF MUSIC - Laibach» la recensione di Rockol

Laibach - THE SOUND OF MUSIC - la recensione

Recensione del 17 dic 2018 a cura di Francesco Locane

La recensione

Una delle formazioni europee più schiettamente intelligenti, e quindi fraintese, degli ultimi decenni chiude un capitolo cominciato nell'agosto 2015, quando i Laibach sono riusciti a esibirsi – caso più unico che raro – in due concerti nella capitale della Corea del Nord: circa metà della scaletta del live principale era composta da rivisitazioni di brani tratti dalla colonna sonora di “Tutti insieme appassionatamente”, il musical con Julie Andrews molto usato nelle scuole di Kim Jong-un per apprendere l'inglese. Cover alla Laibach, ovviamente: sin dalla formazione nel 1980, infatti, il gruppo ha usato la rilettura spesso cupa e provocatoria di interi album (“Let It Be”), canzoni (“One Vision”) e inni nazionali (“Volk”) come precisa pratica di rottura, orientata a fare emergere nuovi significati e contraddizioni dalle espressioni più diffuse della cultura popolare.

I giorni in Corea, immortalati dal bel documentario “Liberation Day”, sono strettamente legati a questo nuovo album in studio: synth, percussioni, chitarre e pianoforti scolpiscono e modellano i dorati motivi di Rodgers e Hammerstein, mentre i registri da tenore e soprano di Boris Benko e Marina Mårtensson si intersecano al cupo gorgoglìo del frontman Milan Fras in sinistri duetti e recitativi. Il risultato è inquietante quando mette in luce i possibili risvolti sessuali di “The Lonely Goatherd” e “Sixteen Going On Seventeen”, fin troppo diretto quando cambia le parole del ritornello di “Maria” in “How do you solve a problem like Korea?”, efficace nel gettare una densa ombra sulle immortali melodie della title track o nel lasciare l'ultimo giro di “Do Re Mi” a una solitaria e spettrale voce bianca. Musicalmente il disco comprende spunti neoclassici, bordoni elettronici, cori angelici e aperture marziali, il tutto condito da un sarcasmo mai esplicitato, ma presente sin dalla copertina, dove Milan veste i panni del Caro Leader circondato da bambini.

Le “laibachizzazioni” di “Edelweiss” e “My Favorite Things” sono due tra i momenti più riusciti di un album che si concede solo tre deviazioni sul finale: “Arirang”, inno non ufficiale dell'intera penisola asiatica, già pubblicato in occasione del summit di Singapore tra Trump e il dittatore coreano, è seguita da “The Sound of Gayageum”, un pezzo electropop condotto dallo strumento tradizionale a corda, suonato da allievi di una scuola di musica di Pyongyang visitata dalla band slovena. L'ultima traccia di “The Sound of Music”, invece, è interamente occupata dal discorso di “benvenuto” pronunciato da un funzionario coreano di fronte alla band, definita terribile, pornografica e fascista. In sottofondo si sentono le risate nervose di qualcuno dell'entourage: di lì a un paio di giorni – come hanno fatto notare su musicOHM – una band accusata di flirtare con l'estetica totalitarista avrà suonato in un Paese totalitarista canzoni stravolte di un film ispirato alla storia vera di una famiglia che sfuggiva da un regime totalitarista. Insomma, se forse musicalmente poteva osare di più, “The Sound of Music” segna l'ennesimo attacco concettuale portato a termine con successo dalla fondamentale band di Trbovlje.

TRACKLIST

01. The Sound of Music (04:55)
02. Climb Ev’ry Mountain (04:03)
03. Do-Re-Mi (04:26)
04. Edelweiss (03:15)
05. My Favorite Things (03:42)
08. So Long, Farewell (03:18)
09. Maria/Korea (04:19)
10. Arirang (02:59)
11. The Sound of Gayageum (02:04)
12. Welcome Speech (01:31)
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