«SIMULATION THEORY - Muse» la recensione di Rockol

Ecco i Muse versione Tron 4.0

Suoni elettronici, immaginario sci-fi e fantasy anni ’80, collaborazione con i produttori di Eminem e Taylor Swift. I Muse hanno inciso il loro disco più pop.

Recensione del 07 nov 2018 a cura di Claudio Todesco

La recensione

Magari il ciclo di “Drones” ti ha convinto che i Muse sono uno degli ultimi difensori del vecchio rock elettrico, quello fatto di grandi riff e assoli, enfatico e carico, suonato a massimo volume. Se ti sei fatto quest’idea, “Simulation theory” potrebbe spiazzarti. Se ti sei fatto quest’idea e ti piace perché detesti il pop contemporaneo, sappi che i Muse sono passati al nemico. Al posto d’incidere un disco basato su session di chitarra, basso e batteria, i tre inglesi hanno usato il metodo più diffuso fra le star del pop e dell’hip-hop. Hanno cioè lavorato con vari produttori affidando loro frammenti di musica registrata su Pro-Tools, col mandato di manipolare l’identità sonora della band con una presenza più importante del solito di sintetizzatori e pattern ritmici. Sono anni che il rock va in questa direzione nel tentavo di suonare contemporaneo e scacciare il fantasma della retromania, ma l’esperimento di “Simulation theory” è riuscito a metà.

Accompagnato da una copertina che strizza l’occhio alla locandina di “Ready player one” di Steven Spielberg, con richiami a film sci-fi e fantasy anni ’80, “Simulation theory” è il disco più pop dei Muse. Si sente che è nato come reazione a “Drones”. Le atmosfere sono meno cupe, lo stato d’animo meno pessimista, è più semplice e leggero, se la parola ‘leggero’ può essere spesa per una band che ama l’enfasi canora e la magniloquenza sonora. “The dark side”, ad esempio, si apre con un ritmo e una frase di tastiera da synth pop anni ’80, mentre “Break it to me” ha il carattere essenziale del pop contemporaneo, con l’aggiunta di un riff meccanico ed echi mediorientali. È più radicale l’esperimento di “Propaganda” con il team di Timbaland. La musica del trio viene ricomposta mescolando sequenze elettroniche e strumenti elettrici, di cui viene manipolato il timbro. Col risultato che Matt Bellamy pare strizzare l’occhio più a Prince che a Freddie Mercury.

Scarseggiano gli assoli e la chitarra elettrica è usata soprattutto per le tessiture, oltre che per qualche riff ben piazzato, ma a tratti sembra che la band si limiti a coprire con vecchie tastiere elettroniche pezzi che un tempo avrebbe arrangiato in modo più tradizionale. Nulla di tutto ciò delinea un’estetica sorprendente o innovativa e le composizioni non brillano. Anche l’idea di costruire molte canzoni come mash-up di stili diversi spinge a volte la band nei territori del kitsch, come avviene in “Get up and fight” prodotta con Shellback, uno dei principali architetti e autori di “1989” di Taylor Swift. Manca, soprattutto, la tensione che ti aspetti da un album dedicato al tema della realtà simulata che esce in epoca di fake news e intelligenza artificiale.

Pur non essendo un concept, ma anzi un progetto nato con l’idea di pubblicare una canzone alla volta, “Simulation theory” descrive una parabola che va dalle visioni claustrofobiche di “Algorithm”, che su un ritmo meccanico e note ascendenti di sintetizzatore ci descrive come intrappolati in mondo di algoritmi, al messaggio di speranza di “The void”, accompagnato da un arpeggio classicheggiante di pianoforte. I Muse di “Simulation theory” non protestano per la presenza invasiva e della tecnologia nelle nostre vite, ma la usano come strumento per cambiare identità, spiegarci l’importanza dei contatti umani, esplorare opportunità e pericoli dell’enorme esperimento di realtà virtuale in cui a volte sembra di vivere. Da apocalittici a integrati nel giro di tre anni e una dozzina di canzoni.

 

TRACKLIST

01. Algorithm (04:05)
02. The Dark Side (03:47)
03. Pressure (03:55)
04. Propaganda (03:00)
05. Break it to Me (03:37)
06. Something Human (03:46)
07. Thought Contagion (03:26)
08. Get Up and Fight (04:04)
09. Blockades (03:50)
10. Dig Down (03:48)
11. The Void (04:44)
14. Pressure (feat. UCLA Bruin Marching Band) (04:04)
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