«POSSIBLE DUST CLOUDS - Kristin Hersh» la recensione di Rockol

Kristin Hersh - POSSIBLE DUST CLOUDS - la recensione

Recensione del 23 ott 2018 a cura di Francesco Locane

La recensione

Questa decima tappa della carriera solista di Kristin Hersh segna un cambiamento rispetto al lavoro precedente, l'ambizioso doppio “Wyatt at the Coyote Palace” del 2016, ma anche all'ultima uscita firmata dai Throwing Muses – di cui la Hersh è fondatrice – quel “Purgatory/Paradise” di ormai cinque anni fa. “Possible Dust Clouds” non si perde in chiacchiere e punta dritto all'essenziale: dieci brani per meno di quaranta minuti di musica rumorosa e sfrontata che descrive le sfaccettature di una “oscurità che abbiamo già visto, un'alba scura”, proprio come quella attesa e descritta nella traccia d'apertura, “LAX”. 

“Nulla di veramente sconosciuto attira il tuo sguardo due volte”, dice la Hersh nelle note che accompagnano il disco, ma “Possible Dust Clouds” non è solamente un intelligente déjà-vu. Certo, i Led Zeppelin risuonano tra gli arpeggi di “Fox Point” e i riff di “Lethe”, una chitarra che pare arrivare dai primi lavori solisti di Brian Eno si fa largo tra i ricercati clangori metallici del singolo “No Shade in Shadow” e il grunge palpita in “Gin” e “Breathe In”. Tuttavia la musicista di Atlanta, che recupera dalle formazioni dei Throwing Muses Fred Among al basso e Dave Narcizo alla batteria, facendosi aiutare anche dal bassista dei Pond, Chris Brady, sfoggia fantasia creativa e voglia di sperimentare: reincapsula in senso muscolare tutte queste suggestioni e le riveste di liriche talvolta dotate di caustica ironia, che giocano in maniera più o meno riuscita su lampi di immagini ed ellissi.

Echi e voci distorte si muovono tra il sostegno di una massiccia sezione ritmica, ben in evidenza nel mix, e un cielo striato da scie di chitarra fuzz, attraversate dai reticoli metallici tessuti tra piatti e percussioni. Percorsi temporali e armonici inusuali, dissonanze, ma anche strutture polifoniche e canoni compongono un album affascinante, dalle multiple personalità, che riflette su grandi temi, compresi morte e oblio: “un maledetto psicopatico” in cui si riflette da un lato una rinnovata sicurezza della musicista statunitense e dall'altro la sua magnetica fragilità.

TRACKLIST

01. LAX (03:49)
02. No Shade In Shadow (03:34)
03. Halfway Home (03:57)
04. Fox Point (03:12)
05. Lethe (03:49)
06. Loud Mouth (03:32)
07. Gin (02:46)
08. Tulum (03:44)
09. Breathe In (03:20)
10. Lady Godiva (04:37)
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