«DIGITAL GARBAGE - Mudhoney» la recensione di Rockol

Mudhoney - DIGITAL GARBAGE - la recensione

Recensione del 03 ott 2018

La recensione

di Giovanni Aragona

A distanza di cinque anni da “Vanishing Point” ritornano in pista i pionieri del grunge. Il quartetto non ha bisogno di grandi presentazioni: i Mudhoney hanno contribuito attivamente alla nascita del genere musicale nato a Seattle più di trent’anni fa, ed esploso successivamente nei primi anni ’90.
Ci sono molte band che stemperano la propria rabbia con l’avanzare dell’età altre che preferiscono percorrere sentieri sonori più delicati. Poi ci sono i Muhoney che decidono di suonare garage punk in un’epoca dove il garage punk è - quasi - scomparso.  “Digital Garbage” è un disco di protesta e nasce da una necessità: poter esprimere liberamente un forte senso di disappunto nei confronti di un governo americano distante dai reali problemi della popolazione.

Già in passato, la band, aveva realizzato “Where is the Future” - prima traccia di “Under a Billions Sun” del 2006 - totalmente incentrata sulla figura dell’allora presidente George W. Bush. Nella traccia, il gruppo, accusava pesantemente il governo di ottenere consenso e potere attraverso promesse mai realizzate. A distanza di dodici anni, la band depone l’arma del linguaggio ‘politicamente scorretto’ e affila la sottile lama del sarcasmo, intelaiando undici canzoni ad alto concentrato di metafore basate su tematiche attuali. 
Il focus è su temi spigolosi che spaziano dalla corruzione della chiesa che ha dimenticato qualsiasi missione evangelica (in “Prosperity Gospel” Mark Arm la definisce “un enorme ammasso di tossica avidità”) alla classe politica attuale totalmente disinteressata ai diritti civili e alle rifome sociali (in “Paranoid Core” la band, reputa fallimentare la propaganda del governo, definito: “il lamento della disinformazione”)

 

“Digital Garbage” ha la classica intelaiatura sonora di tutti i dischi precedenti della band: garage vecchia scuola stile MC5, il germe del proto punk impiantato dagli Stooges, e l’aggressività del grunge. Si può ascoltare l’unica variante - e non dispiace affatto - nella traccia più orecchiabile del disco: la ballad art punk di “Kill Yourself Live” introdotta da una vecchia tastiera Farfisa.  Il finale diventa incendiario: “Next Mass Extinction” è la miglior traccia del disco ed è costruita da una vibrante armonica a bocca che incontra successivamente la violenza del garage punk. “Oh Yeah” è la traccia finale di questo album: ha i requisiti per ricordare il suono del EP d’esordio “Superfuzz Bigmuff” del 1988.  La canzone racchiude in appena un minuto e trenta secondi l’abc della band: l’aggressività del sixties punk mescolata all’antagonismo del garage rock. 

“Digital Garbage” piace per due aspetti: la grande coesione di una band che suona a memoria e la capacità di analizzare – senza filtri- le attuali trasformazioni socio-politiche. In definitiva, questo disco, risulterà essere il più politico dell’intera discografia dei Mudhoney.
Spesso è il tempo a definire l’identità di una band. Per i Mudhoney il tempo non sembra trascorrere e l’identità del gruppo è la stessa da trent’anni. Mentre tante rock star pubblicano più storie Instagram che canzoni, i Mudhoney si tengono lontanissimi dalle mode.  Negli anno ’90 il potere del grunge è stato quello di aver dato voce ad una generazione scettica e disillusa. Oggi, la band, vuole ricordare alle nuove generazioni che occorre uscire in fretta dalla bolla distopica in cui si vive. Il grunge ha preferito bruciare in fretta, ma la fiamma dei Mudhoney è ancora ardente.

TRACKLIST

01. Nerve Attack (02:45)
02. Paranoid Core (02:31)
03. Please Mr. Gunman (03:30)
04. Kill Yourself Live (04:48)
05. Night and Fog (04:04)
06. 21st Century Pharisees (02:35)
07. Hey Neanderfuck (02:40)
08. Prosperity Gospel (03:48)
09. Messiah's Lament (03:04)
11. Oh Yeah (01:29)
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