EGYPT STATION

Polydor (CD)

Voto Rockol: 3.0 / 5

di Luca Perasi

Nell’odierna società “liquida” il tema della memoria – cosa siamo in grado di ricordare e come verremo ricordati (il bellissimo film “Coco”, uscito nel 2017, ne tratta in modo mirabile) – pare aver assunto un’importanza proporzionale alle possibilità che ogni traccia di fatti e accadimenti venga rimossa o modificata con un clic. Anche la musica, sempre più smaterializzatasi, non fa eccezione. In un’intervista del 2015 a “Esquire” Paul McCartney aveva espresso la sua preoccupazione chiamando in causa le nuove tecnologie: se del binomio Lennon/McCartney si legge solo il nome del primo perché il numero dei caratteri preimpostato sui moderni device non è sufficiente a contenere il secondo, che ne sarà di me?

C’è chi ha risolto la questione con meno ansie: recentemente Billy Joel ha ammesso che ha preferito smettere quando ha capito di non essere più in grado di comporre ai livelli di un tempo. McCartney non molla, e la pubblicazione di “Egypt Station” è prova di coraggio ammirevole. Difficile però dire cosa ne rimarrà se pensiamo anche alle incombenti ristampe-monstre di “Imagine” e del “White Album”. 

Le recensioni internazionali ne hanno parlato bene (per la maggior parte), ma con una sconfortante dose di cliché e luoghi comuni. “Rolling Stone” ha assegnato quattro stelle all’album, con definizioni prêt-à-porter come “splendidamente eccentrico” e “nello stile classico di Paul”.

“Egypt Station” è un disco bizzarro sin dal titolo (un dipinto di Paul, che funge anche da copertina), molto frammentario – McCartney ha parlato di concept, ma non bastano due brevissimi inserti con la registrazione di un coro in una chiesa per trasformare un album in un progetto di portata più ampia – e senza una coesione sonora, elemento che aveva caratterizzato invece il crepuscolare “Chaos and Creation in the Backyard” (2005).

Il livello qualitativo di “Egypt Station” non è eccelso, come è lecito attendersi arrivati a questo punto. La scrittura si è inevitabilmente impigrita, e gli arrangiamenti risultano un po’ sbiaditi. Avrebbe giovato una maggiore decisione del co-produttore Greg Kurstin – dov’è il controllo-qualità? – e l’apporto di qualche musicista che imprimesse più carattere alle canzoni (la live-band di Paul fa qualche cameo, e dimostra nuovamente tutti i suoi limiti in studio). Invece si è optato per un approccio quasi autarchico, e sia McCartney che Kurstin contribuiscono molto a livello strumentale.

Le cose migliori dell’album sono l’ombrosa “I don’t know” e l’ammiccante “Come on to me” (funzionerà bene dal vivo). Tra gli altri brani da notare, l’orecchiabile “Dominoes”, l’approccio folk di “Happy with you” (un brano elementare ma simpatico) e l’atmosferica “Hand in hand”. In queste ultime due è presente il flautista venezuelano Pedro Eustache, e il suo assolo di bansuri nella seconda è il momento più emozionante di “Egypt Station”.

Per il resto l’album vive di sprazzi, idee non sviluppate, o in altri casi assurte senza molti meriti a dignità di canzoni. “Confidante”, dedicata da McCartney alla sua storica chitarra Martin D-28, non le rende onore (Paul dov’è la melodia?); “Back in Brazil” ha interessanti armonie jazz-samba ma alla fine si rivela poco più che una jam; “Who cares” tocca il tema del bullismo adolescenziale, ma anche in questo caso la musica non sembra all’altezza delle nobili intenzioni del testo. 

La controversa “Fuh you”, l’unica traccia co-prodotta (e co-firmata) da Ryan Tedder, è il convitato di pietra di “Egypt Station”: stilisticamente fuori contesto, poteva essere utilizzata proficuamente per qualche spot tv. 

Se la dimensione sentimentale e intima è da sempre l’àmbito di espressione privilegiato di McCartney, il tono si fa didascalico quando vengono affrontati temi più ampi come pace, princìpi, politica. “People want peace” e “Do it now” – due frasi che Paul recupera da papà Jim – hanno qualche buon passaggio melodico ma non ricreano quella leggerezza sentimentale espressa da McCartney in “Put it there” (1989). L’inno anti-Trump “Despite repeated warnings” è il brano che desta le maggiori perplessità; data la struttura (?) di questa canzone e del medley “Hunt you down/Naked/C link” qualcuno ha scomodato paragoni illustri con canzoni o album del passato di McCartney solista e dei Beatles, che preferisco non nominare per rispetto. 

L’album soffre l’eccessiva durata, e le ultime tre tracce avrebbero dovuto essere escluse. Di nuovo, Kurstin sembra assente: ma legare il proprio nome a quello di un gigante come McCartney (detto per inciso, il più grande autore di canzoni nella storia del pop-rock) è pur sempre un lasciapassare per l’eternità.

TRACKLIST

01. Opening Station - (00:41)
02. I Don't Know - (04:26)
03. Come On To Me - (04:10)
04. Happy With You - (03:34)
05. Who Cares - (03:13)
06. Fuh You - (03:23)
07. Confidante - (03:04)
08. People Want Peace - (02:59)
09. Hand In Hand - (02:35)
10. Dominoes - (05:02)
11. Back In Brazil - (03:20)
12. Do It Now - (03:17)
13. Caesar Rock - (03:29)
14. Despite Repeated Warnings - (06:57)
15. Station II - (00:46)
16. Hunt You Down/Naked/C-Link - (06:22)