«PALEPOLI - Osanna» la recensione di Rockol

Osanna - PALEPOLI - la recensione

Recensione del 08 set 2018

La recensione

di Ivano Rebustini

Durante l’estate, riscopriamo album classici della musica italiana, con recensioni dall’archivio di Rockol. 

Se non siete mai stati a Palepoli, questa occasione è da cogliere al volo: la compagnia è ben assortita, il mezzo di locomozione tra i più veloci e, a differenza di altri, su questo pullman non si vendono pentole antiaderenti e – udite udite – nemmeno tovaglie ricamate tradizionali toscane made in Bangla Desh. Allacciate le cinture (e tenetele allacciate anche quando saremo a Napoli), pronti… si parte.
…eccoci arrivati: veloce, eh? Da questa piazza carica di suoni e di odori, potremmo quasi trovarci nella Jemaa el-Fna di Marrakech, comincia il nostro viaggio in uno dei capolavori del prog italiano, ma non solo. Tamburi, campanelli, brusio, richiami dei venditori ambulanti, una chitarra, un flauto, echi di canzoni popolari: alzati che si sta alzando la canzone popolare, e improvvisamente una tarantella rock si fa strada e rimette a posto le cose dopo un anno di (è) festa. “Fuje 'a chistu paese, fuje 'a chistu paese./Parole, penziere, perzone nun vanno ddaccordo nemmanco nu mese”: è una colata di “Oro caldo”, diciotto minuti e trenta secondi nei quali ne succedono di cotte e di crude, pure che i King Crimson facciano improvvisamente sloggiare Pulcinella. Su tutto, almeno inizialmente, la voce pulita di Lino Vairetti, che domina un tappeto sonoro multicolore in cui si distinguono il flauto alla Ian Anderson di Elio D’Anna e la chitarra similhendrixiana di Danilo Rustici, fratello maggiore di quel Corrado che – dopo una comparsata nel disco del ’74 della band partenopea, “Landscape of life” - sarebbe diventato produttore e sessionman di livello internazionale, se è vero com’è vero che ha suonato con Miles Davis ed Herbie Hancock, e lavorato per Eric Clapton e Jeff Beck.


Ma questa è un’altra storia, torniamo a Palepoli: un delicato arpeggio di chitarra e una potente rullata di Massimo Guarino (solido e fantasioso il sodalizio ritmico con il bassista Lello Brandi) introducono, su un sottofondo di mellotron, un assolo di sax da far impallidire - l’anno è lo stesso, il ‘73 - il Dick “Fausto Papetti” Parry di “Us and them” (oops… ogni tanto qualcosa scappa). Solo un lampo, prima di essere trasportati in un’atmosfera jazz-rock dalla quale si fa presto ritorno nel più melodico prog all’italiana: “Stasi di corpi in bianche trinità: la mia follia...”.
Dopo “Stanza città”, breve strumentale con grande uso di nastri fatti girare al contrario – i Beatles insegnano -, ci si para di fronte un “Animale senza respiro”, terzo e ultimo (eh, sì) brano, dalla durata monster di 21 minuti e 26 secondi, anche qui in perfetto stile progressive. Pure troppo, se a un certo punto sembra di trovarsi al cospetto non di un animale, ma del “21st Century Schizoid Man”; scagli però la prima pietra chi non si è mai, diciamo così, ispirato ai mostri sacri della scena internazionale. O nazionale: il coro “La purezza di una infanzia/violentata in noi/che tu pagherai” sembra preso in prestito dai New Trolls di Vittorio De Scalzi e Nico Di Palo, ma del resto non è forse “Preludio, Tema, Variazioni, Canzona” - secondo album degli Osanna, realizzato l’anno prima in collaborazione con Luis Enriquez Bacalov - il vero “Concerto grosso Numero 2”?
Attenti, adesso: Guarino si scatena in un assolo di batteria, poi è un coro greco, anzi napoletano (“Sguardi nel cielo:/la folla divina/che vola, che ride, che danza./Qui sulla terra la gente meschina/per fare lo stesso s'ammazza”), prima del maestoso finale dominato dal mellotron di Vairetti. “Fuje ‘a chiust paese, fuje ‘a chistu paese”, ma da questo paese chi vorrebbe mai scappare? Peccato che sia ormai tempo di tornare: forza, tutti sul pullman, chi vuole scatti l’ultima foto di Palepoli.
 

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