«GOD'S FAVORITE CUSTOMER - Father John Misty» la recensione di Rockol

Le confessioni di Father John Misty

Cantautorato americano, ballate pianistiche, un po’ di John Lennon, tanta voglia di farsi domande su sé stesso. Nel nuovo “God’s favorite customer”, Josh Tillman sembra liberarsi dal personaggio che ha creato per incidere il suo disco più emozionante.

Recensione del 06 giu 2018 a cura di Claudio Todesco

La recensione

Dov’è finito l’allucinato, verboso, narcisista Father John Misty? Quello che si prendeva 12 minuti per raccontare la sua storia accompagnandosi con una chitarra acustica? Quello, insomma, di “Pure comedy”, la più brillante e strampalata teoria del tutto nell’era delle fake news? Il nuovo album del musicista americano è meno Father John Misty e più Josh Tillman. Ovvero, è meno immaginifico ed esagerato, più personale e misurato. E anche più compatto: in 38 minuti, racchiude il mondo di Tillman usando suoni, atmosfere, melodie del più classico cantautorato americano, con tocchi degli amati Elton John e John Lennon. E difatti sta piacendo un po’ a tutti.

Difficile che uno come Father John Misty normalizzi i suoi testi. Questo disco è il ritratto brillante di un uomo incasinato e vulnerabile, con picchi di verve e confessioni drammaticamente personali fatte coi consueti senso dell’umorismo e spirito irriverente, anche verso sé stesso. È la musica ad avere assunto una nuova, vecchia rotondità, una grazia che mancava a certe vecchie canzoni. Complici i produttori Jonathan Wilson, Dave Cerminara Jonathan Rado e Trevor Spencer, Tillman s’attiene a una definizione classicissima di cantautorato lievemente ombroso che piacerà anche a chi sempre diffidato del personaggio e magari ascolta songwriter più “tradizionali”.

Dentro ci sono dialoghi con la moglie, santa donna di sicuro, melodie fischiettate che raccontano crisi personali drammatiche, scene dall’hotel dove il cantante si è rifugiato allontanandosi dalla realtà, anti-canzoni d’amore, frasette sarcastiche, pezzi che si ti appiccicano addosso e suonano come piccoli classici come “Please don’t die” – forse perché somigliano ai classici che abbiamo tanto amato. Coi suoi colori elettri-acustici caldi e le rifiniture di Mellotron, glockenspiel, organo, sassofono, archi, con un sintetizzatore vintage a dare un tocco “cosmico” a un soft rock che fa molto anni ’70, “God’s favorite customer” è un disco musicalmente conservatore e va bene così.

È chiaro che Father John Misty è l’argomento favorito di Father John Misty, ma tanto egocentrismo non penalizza la scrittura. Anzi, “God’s favorite customer” contiene alcune fra le canzoni più emozionanti di Tillman, interpretate in modo espressivo. Father John Misty ha ripulito il suo stile, per la mente si vedrà. Questo è il disco di un uomo in crisi che cerca di uscire dall’isolamento, forse anche di liberarsi dal personaggio che egli stesso ha creato. “Gente”, recita il testo dell’ultima canzone, l’ennesimo squarcio sulla mente irrequieta del cantante, “sappiamo così poco di noi stessi, ma quel poco basta per desiderare di essere quasi chiunque altro. Che significherà mai questa cosa?”.

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