«LITTLE DARK AGE - MGMT» la recensione di Rockol

Il ritorno in gran stile al pop psichedelico del duo Newyorkese

Quello degli MGMT è un grande ritorno, dopo molti anni sono riusciti togliersi di dosso il fardello del ‘miracoloso’ album di debutto, sfornando un disco che difficilmente dimenticheremo.

Recensione del 09 feb 2018 a cura di Mario Guerci

La recensione

Sono passati ben undici anni dall’uscita di “Oracular Spectacular”, travolgente esordio del duo pop psichedelico composto da Andrew VanWyngarden e Ben Goldwasser; un disco che racchiudeva tre brani indimenticabili, divenuti simbolo degli anni duemila: "Time to Pretend", "Electric Feel" e “Kids”. Nel 2010 è arrivato poi “Congratulations”, seconda fatica discografica degli MGMT, che tutto era tranne che il sequel del clamoroso esordio, il 2013 è invece l’anno di “MGMT”, un lavoro sempre più psichedelico e sempre meno pop.

Ora, a cinque anni di distanza dall’ultimo album, gli MGMT escono dal letargo in tutto stile e regalano ai loro fan, ma in realtà a tutti gli amanti della musica, un disco in pieno stile “Oracular” e al contempo meravigliosamente moderno e pop.

Sebbene il titolo del disco sia “Little Dark Age”, i due soci di Brooklyn hanno raccontato che la natura dell’album è tutt’altro che oscura: “È un’opera più leggera e rilassata, mentre stavamo facendo l’ultimo album continuavamo a parlare del fatto che volevamo fare canzoni pop”. Si, la vena pop c’è, ma non manca la sfumatura più psichedelica e sperimentale che ha reso gli MGMT quello che sono.

Alla produzione del disco c’è Patrick Wimberly dei Chairlift che con Dave Fridmann (già produttore di “Oracular Spectacular” e di alcuni dischi dei The Flaming Lips), ha voluto fortemente dei collaboratori esterni alla realizzazione dell’album, come Connan Mockasin e Ariel Pink co-autori di “When You Die”.

Il risultato è un album prodotto perfettamente nei minimi particolari: l’apripista "She Works Out Too Much" strizza l’occhio al pop stellare degli anni 80, con tanto di voci robotiche e una sfumatura di sax nel finale; un basso lunatico e dei sintetizzatori palpitanti aprono la title tack che continua sulla scia ‘psicospaziale’ dell’intro, per poi dare spazio al ritornello angosciante: “Oh Forgiving who you are, For what you stand to gain”. “Me and Michael” richiama la più classica delle ballad anni 80, così come "One Thing Left to Try" è un altro omaggio a quegli anni glitterati.

I suoni vaporosi e ovattati di “James” sembrano usciti da un album dei Pink Floyd di epoca ‘barrettiana', come raccontato dallo stesso VanWyngarden, il brano è arrivato dopo: “Quella che chiamavamo una microdose di acido, che sembra, però, aver avuto effetti non indifferenti. Ho trascorso ore urlando più forte che potevo cose sul Pakistan”.

Quello degli MGMT è un grande ritorno, dopo molti anni sono riusciti togliersi di dosso il fardello del ‘miracoloso’ album di debutto, sfornando un disco che difficilmente dimenticheremo. Bentornati VanWyngarden e Goldwasser, ci eravate mancati.

TRACKLIST

02. Little Dark Age (04:59)
03. When You Die (04:23)
04. Me and Michael (04:49)
05. TSLAMP (04:30)
06. James (03:52)
07. Days That Got Away (04:44)
09. When You're Small (03:30)
10. Hand It Over (04:13)
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