«BLOODFLOWERS - Cure» la recensione di Rockol

Cure - BLOODFLOWERS - la recensione

Recensione del 15 feb 2000

La recensione

(Fiction Records) Giunta in data 14/2/2000, a mezzo piccione viaggiatore.

Caro Rockol,
ti scrivo da una località sui monti, ove mi sono rifugiato per sfuggire ai fans dei Cure. Dopo gli insulti ricevuti dai sostenitori di altri artisti, in seguito a recensioni che non ne decantavano la grandezza, confesso di aver avuto paura di una delle più compatte tifoserie d’Italia, in grado di intimorire i più deficienti tra gli ultrà del pallone. So che i discepoli della capigliatura sotto cui si nasconde Robert Smith non mi perdoneranno quanto sto per scrivere. E cioè che “Bloodflowers” è stato ottenuto prendendo “Wish” e alcuni brani caposaldo della loro “terza età” (“Lullaby” e “Fascination street”, i cui frammenti spuntano ovunque), infilandoli nel frullatore e poi versando il tutto in nove formine di differente durata. Il non del tutto riuscito “Wild mood swings” ha evidentemente lasciato il segno. Capelliacespuglio ha fatto marcia indietro, ha preso gli spartiti degli anni ’90 e ha cambiato alcune note a caso. Neanche troppe: pare di vederlo, l’artista, durante il processo compositivo. “Ora passo dall’accordo in maggiore a quello in minore, e poi chiudo la frase. Qui invece ci vuole il diesis minore che commuove e dà la toccante impressione di un tentativo di spiccare il volo sempiternamente frustrato”. Solo un gruppo dal culto così integralista come i Cure potrebbe permettersi un disco come questo, che non dice niente che non sia già stato detto, e che non ha niente da dire a chi per caso si accostasse a questa musica. Il signor Smith, amministratore di una ditta che trae profitto dalla diffusa, melensa depressione giovanile, ha detto che questo potrebbe essere il suo ultimo album. Ma indica la via ai fans: tra pochi anni, un programma di “copia e incolla” musicale permetterà di ricreare come in un caleidoscopio queste atmosfere, con la pia illusione che siano nuove. So che è inutile consigliare al popolo nerovestito degli Smithiani un raffronto non dico con “A forest”, ma con l’abisso di “The kiss”, prima di mettere una taglia sulla mia testa. Quindi, ho deciso di darmi alla macchia.
PS. Dài da mangiare al piccione e rimandamelo.

Giunta in data 14/2/2000, a mezzo busta nera, con indirizzo scritto in rosso.

Caro Rockol,
ti scrivo dal mio piccolo angolo di paradiso, dove sto sentendo “Bloodflowers”. Chi più felice di me? Come sai, quando smetto di atteggiarmi a critico musicale, ascolto le cose che più mi piacciono, e i dischi dei Prodigy li uso come sottobicchieri (ho dei bicchieri enormi). Per qualche motivo che non ho mai ben capito, i dischi dei Cure mi hanno sempre messo in contatto con qualche bizzarra regione di me stesso sulla quale pochi altri musicisti hanno fatto luce. E confesso che quando i critici, quelli veri, sentenziano che dopo “Pornography” sono scoppiati, faccio un pochino di sì con la testa perché non bisogna mai discutere con un critico - ma la realtà è che anche gli album degli anni ’90, quelli considerati privi di vitalità o di fuoco creativo, sono per me un ascolto delizioso. “Wild mood swings”, con i suoi travestimenti, mi aveva un po’ spaventato. “Bloodflowers” invece è pura essenza di Cure, un distillato unico. Mancano, rispetto a “Wish”, i regalini agli ascoltatori casuali (“High” o “Friday I’m in love”, le più commerciali. Che pure, lo confesso, adoro!): “Maybe someday” come singolo è quasi uno scherzo, e viene da ridere a pensare alle radio che tenteranno di sistemarlo tra i Blink 182 e Christina Aguilera. Ma “Out of this world”, il primo pezzo, è come una porta per un mondo a sé: chi ci vuole entrare, può farlo, chi non vuole, beh, che se ne stia fuori: noialtri ci stiamo benissimo. E quanto agli undici minuti di “Watching me fall”, lascia che ti dica una cosa: sono pochi. Per me potrebbe durare anche qualche giorno.
Alla fin fine, non credo che “Bloodflowers” sia un capolavoro. Ma da innamorato - al Cu(o)re non si comanda - credo che gli innamorati dei Cure saranno contentissimi: questi suoni sono preziosi, e non voglio nemmeno pensare all’eventualità che un giorno non mi giungano più. Se poi qualcuno dirà che si tratta sempre della solita roba, posso solo dire: e con ciò? E’ esattamente quello che volevo.

Ai lettori: le due recensioni ci sono pervenute dalla stessa persona, evidentemente dilaniata da conflitti interiori sullo spessore artistico del disco dei Cure. Che dire? Uno schizofrenico non soffre mai di solitudine...

TRACKLIST

01. Out of this world
02. Watching me fall
03. Where the birds always sing
04. Maybe someday
05. The last day of summer
06. There is no if…
07. The loudest sound
08. 39
09. Bloodflowers
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