«THE BOOK OF SOULS: LIVE CHAPTER - Iron Maiden» la recensione di Rockol

Un altro live per gli Iron Maiden

La Vergine di Ferro non delude, a dispetto dell'età e dell'ennesima uscita dal vivo

Recensione del 08 dic 2017 a cura di Andrea Valentini

Voto 7/10

La recensione

I pomeriggi passati con la musica a volume 10, così alta che ti trapanava il cervello mentre studiavi. I sabati a caccia di dischi coi soldi della paghetta settimanale. Le cassette registrate da e per gli amici. E poi le volte in cui – miracolo – li si poteva vedere su un palco, facendosi magari un mezzo viaggio della speranza, con qualche genitore volonteroso che accompagnava tutti in auto, oppure con treni da rattoppati sempre in ritardo o cancellati (perché, ovviamente, l’unica volta che vai lontano da casa in un anno, i treni decidono di fare casino: regola aurea). Questo sono gli Iron Maiden per quelli della generazione nata fra la metà dei Sessanta e la fine dei Settanta. Nostalgia pura, come le caramelle della nonna e i compleanni in casa con la torta comprata in pasticceria.

Un nuovo – l’ennesimo – live della Vergine di Ferro è quindi da prendere per ciò che è: una ruffianissima, ma irresistibile, madeleine proustiana (e, anche se arriva dal discount, non importa… fa il suo sporco lavoro e lo fa egregiamente). Questo “The Book Of Souls – Live Chapter” è la testimonianza che la band ha voluto lasciare per celebrare il lungo tour mondiale a supporto di “The Book Of Souls”: un gesto speciale, se si pensa alla valenza emotiva di un tour in cui Bruce Dickinson è tornato vincitore dopo una battaglia contro il cancro.

Una quindicina di pezzi e quasi tutti registrati nel corso di show diversi, quasi a voler omaggiare i fan di ogni parte del mondo che sono accorsi a cantare (a volte anche i riff di chitarra e non solo i testi) con gli Iron, che si confermano uno dei colossi di Rodi del metal mondiale, senza dare segni di cedimento.

La scaletta comprende sei pezzi tratti da “The Book Of Souls” e nove selezionati dal repertorio, spaziando dagli esordi fino a tempi più recenti. Inutile dirlo, i brividi sono inevitabili quando attaccano canzoni come “The Number Of The Beast”, “The Trooper”, “Iron Maiden” o “Wasted Years”… perché alla fine, senza nulla voler togliere alla band, il periodo 1980-1988 resta quello che più ha segnato immaginario collettivo e storia del rock. Ma è bello percepire come Steve Harris e i suoi si divertano ancora un mondo, comunicando energia ed entusiasmo, oltre che scaricando una notevole dose di NWOBHM così come lo sanno suonare solo quelli che hanno contribuito a inventarlo.

Niente di nuovo sotto al sole, certo. Ma con band del genere le cose vanno così. E, miracolosamente, funzionano.

TRACKLIST

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