«PINEWOOD SMILE - Darkness» la recensione di Rockol

"Pinewood stile", il ritorno a trentadue denti dei Darkness

Sfrontati, irreverenti e cialtroni: la folle band di Justin Hawkins al suo terzo album dopo la reunion. La nostra recensione

Recensione del 11 ott 2017 a cura di Marco Di Milia

La recensione

Se è vero che non si dovrebbe mai giudicare un libro dalla copertina, l’ultimo album dei Darkness potrebbe essere una significativa eccezione. Il nuovo “Pinewood smile” con la sua bella mostra di una manciata di denti dalla rivedibile perfezione ortodontica lascia in effetti poco spazio alla fantasia. Eppure, nonostante la terribile cover, la recente fatica della band di Justin Hawkins, alla sua terza prova dopo la reunion post rehab, è pur sempre un disco della ditta Darkness, con tutti gli annessi e connessi del caso, incapace di schiodarsi di un millimetro dalla solita collaudata formula di rock senza vergogne.

La formazione, per il suo primo lavoro in studio con Rufus Tiger Taylor (figlio del Queen Roger), in veste di batterista, mette insieme il suo classico campionario di chitarre, tutine e falsetti, tutto gioiosamente kitsch fuori controllo e, al solito, impossibile a prendersi troppo sul serio. Un repertorio di pirotecnica cazzoneria che però alla lunga finisce per risultare alquanto stantio perché i pezzi come da prassi sono sì grintosi ed energici, ma anche piuttosto incolore, troppo spesso poco a fuoco nel lasciare una traccia davvero significativa del proprio passaggio. Da “All the pretty girls” a “Stampede of love” - o “Rock in space”, nel caso di edizione deluxe con quattro brani extra - “Pinewood smile” mette in mostra tutta la sfrontata irriverenza dei Darkness, sempre troppo oltre misura per farne un trionfo a presa rapida. Segno che l’eredità di un successo come quello di “Permission to land”, l’album d’esordio da più di un milione di copie nel solo Regno Unito, resta un fardello piuttosto pesante, nonché inevitabile paragone da portarsi dietro ad ogni nuova uscita.

Il modello di riferimento è ancora una volta quello indicato dai Queen, già di per sé non proprio esempio di morigeratezza in musica, ma alla band originaria del Suffolk non basta aver ufficializzato questa unione di intenti attraverso la condivisione del proprio patrimonio genetico con il gruppo che fu di Freddie Mercury tramite l’ingresso in organico di Rufus, perché “Pinewood smile” nonostante alcune buone trovate tende spesso a sbracare con lieta ignoranza. Al netto di tanta vitalità, ci sono soluzioni che effettivamente mettono in risalto la forza taurina dei quattro, come il riff tutto AC/DC di “Solid gold”, ma finisce anche troppo di frequente nel perdersi la direzione nella sua continua voglia di esagerare, come negli acuti folli di “Buccaneers of Hispaniola” o “Japanese prisoner of love”, oppure nella feroce invettiva di “Southern trains”, improbabile canzone di protesta a tema ferroviario, a dimostrazione che alla fine in quanto a trasporti pubblici tutto il mondo è paese, vecchia Inghilterra compresa. In chiusura, una curiosa “Stampede of love”, con il bassista Frankie Poullain in veste di voce principale alle prese con una strofa che ricorda molto da vicino “Blackbird” dei Beatles prima di lasciarsi andare in un inno da stadio, resta una degli episodi più piacevoli dell’album, che si concede in coda l’unico vero tormentone in “Rack of glam”, relegato però al ruolo di traccia bonus.

La giostra Darkness gira così a scartamento ridotto, ancora una volta impegnata in quel felice senso di stupidità colossale che ne ha fatto la fortuna, senza ammettere variazioni di sorta sul suo collaudato cliché, e, anzi, si concentra sempre di più sul personaggio - e sull’ugola - di Justin nell'incarnare la propria caciarona identità d’ordinanza, tutta passatista, tamarra, adrenalinica e, soprattutto, priva di inibizioni. E dunque, nonostante il buon tiro generale dell’album e le innegabili capacità tecniche dei protagonisti, inizia a farsi pericolosamente largo un certo senso di propositi ormai esausti in un lavoro al solito zotico e sfacciato di assoli al fulmicotone e slanci pop barocchi. In perenne equilibrio sul filo della parodia, i Darkness di “Pinewood smile” preferiscono la via facile e veloce di caricaturare ancora di più se stessi, riproponendo ancora una volta la formula della loro personale felicità che evidentemente non può che farli sorridere di gusto.

TRACKLIST

01. All the Pretty Girls (03:18)
02. Buccaneers of Hispaniola (03:06)
03. Solid Gold (04:31)
04. Southern Trains (02:52)
05. Why Don't the Beautiful Cry? (03:36)
06. Japanese Prisoner of Love (04:19)
07. Lay Down with Me, Barbara (04:04)
08. I Wish I Was in Heaven (03:20)
09. Happiness (03:12)
10. Stampede of Love (03:53)
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