«EVERY COUNTRY'S SUN - Mogwai» la recensione di Rockol

Mogwai: leggi qui la recensione di "Every country's sun"

Prodotto da Dave Fridmann, “Every country’s sun” è il nono album degli scozzesi Mogwai. Undici pezzi che ripercorrono stilisticamente i vent’anni di carriera di una band che sembra non aver ancora esaurito gli argomenti...

Recensione del 03 set 2017 a cura di Marco Jeannin

La recensione

Stuart Braithwaite è stato un po’ il protagonista del pre campionato dei Mogwai. E’ lui che compare in tutti i video che la band ha postato su Facebook, video in cui si prende la briga di raccontare tutto il raccontabile del nuovo album alla comunità social; camicia grigia, stanza grigia, faccia grigia. E pure qualche (poco) capello grigio. Del resto sono passati sedici anni dalla pubblicazione di “Rock action”, uno dei dischi di maggior successo commerciale dei Mogwai. Perché proprio "Rock action"? Perché per parlare di "Every country's sun" si deve passare da "Rock action". Ad ogni modo, oggi, a sedici anni di distanza, i Mogwai sono una band differente, ma fino ad un certo punto. John Cummings ha lasciato il gruppo giusto alla fine di tutto quello che è stato “Rave tapes”. La band è rientrata in studio per registrare il nono album non prima di aver concluso il bellissimo tour a supporto di “Atomic”, documentario che personalmente ho avuto il piacere di gustare a Ferrara nella cornice impagabile di Piazza Castello, e di pubblicare la colonna sonora di un altro documentario, “Before the flood”, in cui figurano al fianco dei Glaswegian figurano i nomi dei premi Oscar Tren Reznor e Atticus Ross.

Sedici anni da “Rock action” si diceva, e dicevo anche che la band è cambiata, ma nemmeno troppo. A dire la verità sono anche passati diciotto anni da “CODY”, forse il disco più sottovalutato del gruppo, ma su questo ci tornerò più avanti. “Every country’s sun” è il nono album dei Mogwai, di questi nuovi Mogwai che in formazione a quattro si sono affidati alle sapienti mani di Dave Fridmann che proprio di “Rock action” fu il produttore e che probabilmente è stato chiamato per dare una sorta di continuità (a distanza di tanti anni) in termini di compattezza sonora ad una formazione da sempre si contraddistingue per la capacità di comporre pezzi assolutamente quadrati. Sembra un paradosso, ma evidentemente tornare indietro serviva, principalmente per due ragioni. La prima è che trovandosi in uno di meno, i Mogwai hanno ben pensato di richiamare dalla panchina qualcuno che conoscesse già alla perfezione il gioco della squadra, qualcuno capace di intervenire immediatamente senza doversi prima ambientare. La seconda per riprendere con criterio la strada che ha visto i Mogwai, proprio da “Rock action” in poi, avvicinarsi sempre di più alla forma canzone in senso tradizionale (tra EP e dischi oramai i pezzi cantati non si contano quasi più), abbandonando l'ortodossia del credo dell’alternanza quiet/loud in favore di un più semplice: o tutto quiet, o tutto loud (che non vuol dire addio ai crescendo eh, attenzione). Una strada che prima ha visto i Mogwai sperimentare alla ricerca di un linguaggio differente con “Harcore will never die” per poi settarsi su ambienti più esplicitamente elettronici nel buon “Rave tapes”.

Si può quindi tranquillamente dire che di tutti questi album e di “The hawk is hawling” “Every country’s sun” è la somma, e in un certo qual modo si pone come chiusura di un cerchio, per non dire di un'epoca. Perché negli undici pezzi che la band ha scelto per comporre la scaletta di questo nuovo lavoro, troviamo un po’ di tutto quello che sono stati i Mogwai negli ultimi vent’anni. E non è davvero poco. “Coolverine”, primo estratto dal disco accompagnato da un bellissimo video, riallaccia immediatamente rapporti con il periodo “Rock action” di “2 rights make 1 wrong”, con quel tocco sintetico che ormai è diventato la discriminante del marchio Mogwai in campo post rock (volenti o nolenti, sempre lì siamo). “Party in the dark” è invece un pezzo molto più spedito, stile “Rave tapes”/ “Music Industry 3. fitness industry 1.”/ "Earth division"; cantanto, diretto, singolare. Anche “Party in the dark” abbiamo avuto occasione di sentirlo in anteprima, in coppia con la sua b-side “Eternal panther”, e personalmente a quel punto iniziavo a farmi un’idea della direzione che i nostri stavano intraprendendo. Un’idea non del tutto positiva, se devo essere sincero. Mi sembrava che i Mogwai stessero giocando un po’ troppo sul sicuro, con pezzi troppo telefonati per quello che è il loro standard. Uscito il disco poi, l’altro ieri, le cose sono inevitabilmente cambiate. Perché il disco, ascoltato nella sua completezza, ad oggi è uno dei lavori più vari ed interessanti del gruppo, un disco che in alcuni momenti tocca vertici quasi insperati. Saltando la pur bellissima “Brain sweeties”, il primo missile da fuori area gli ex ragazzi di Glasgow lo scagliano con “Crossing the road material”, il classico pezzo dal crescendo inesorabile che, come tutti sappiamo perfettamente, il palco trasformerà in un esplosione di luci; con quella chitarra incessante che lentamente entra sotto pelle. Sette minuti di piacere puro. “Aka 47” decomprime inevitabilmente, andando a rilassare i muscoli prima del ritorno alle origini. Perché “20 size” è a tutti gli effetti un ritorno alle origini, al mai dimenticato “Young team". E qui… qui inizio a pensare che forse i Mogwai non ce la stanno raccontando giusta, e che “Every country’s sun” sia intriso di malinconia. Tanta, tantissima. Perché per il gruppo è arrivato il tempo di prendere coscienza di quello che è: la più grande band post rock in attività, ed era ora che lo ricordassero a tutti mettendo in mostra, in modo sempre discreto, le proprie medaglie conquistate valorosamente sul campo. Una band che sa cambiare, anche se lo fa sempre poco per volta. Una band che ha sempre qualcosa da dire e che sceglie sempre il modo più semplice e diretto possibile per dirlo; una band da camicia grigia in una stanza grigia. Proseguendo, “1000 foot face” è materiale da “CODY” al 100%, anche se un po’ troppo allegra per finire sul disco dalla copertina che fa paura.  Cosa che non si può certo dire di “Don’t believe the fife”, pesantissima nel finale proprio per lanciare la volata alla doppietta di chiusura. Dalla ruvidità quasi alt rock di “Battered and scrambled” (con quelle chitarrine li’…) si salta immediatamente alla gemella di “Batcat”, la chiudiconcerti per eccellenza: “Old poison” andrà affrontata a testa bassa da chiunque decida di andare, più che giustamente, a sentire i live a supporto di questo “Every country’s sun”, la cui titletrack fa storia a parte.

Perchè “Every country’s sun” chiude il disco rimettendo tutto in ordine. Più di “Central belters” che, in quanto raccolta, è nata letteralmente per fare punto e a capo. Questo è un pezzo clamoroso, lo dico senza problemi. Lo è perché nella sua incredibile delicatezza racchiude più di vent’anni di vita. Emozionante, cinematografico… dotato di una melodia imponente, determinata, distorta, quasi disperata. La quintessenza di una band che ha messo nuovamente tutti in fila con un suono potenzialmente infinito grazie alla sua disarmante semplicità. “Every country’s sun”, il pezzo, è il capolavoro del gruppo. Uno dei tanti. “Every country’s sun” è uno splendido disco dei Mogwai. Mogwai che hanno ricominciato a giocare come solo loro sanno fare. Bentornati.

TRACKLIST

01. Coolverine (06:16)
02. Party in the Dark (04:02)
03. Brain Sweeties (04:43)
05. aka 47 (04:16)
06. 20 Size (04:44)
07. 1000 Foot Face (04:31)
09. Battered At a Scramble (04:02)
10. Old Poisons (04:30)
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