«PRIZE - Arto Lindsay» la recensione di Rockol

Arto Lindsay - PRIZE - la recensione

Recensione del 28 gen 2000

La recensione

E’ una strada che non smette di affascinare, quella percorsa da Arto Lindsay con i suoi album solisti disseminati lungo tutta la seconda parte degli anni ’90. Si tratta di dischi che sintetizzano egregiamente le due anime musicali più evidenti e forti dell’artista newyorkese naturalizzato brasiliano, e che sono per l’appunto il suo inguaribile sperimentalismo noise da un lato, e l’amore per la melodia e le variazioni raffinate del tropicalismo brasiliano. E’ dura anche solo immaginare come due anime così differenti nel DNA possano invece riuscire a fondersi negli album di Lindsay, tanto quanto è assolutamente intuitivo, ascoltando uno qualsiasi di questi album, accorgersi che l’esperimento riesce perfettamente. “Prize” procede lungo la strada già solcata dai suoi predecessori, ma forze denota – ascolto dopo ascolto – una maggior robustezza ritmica e una ancor più possente ‘corporalità’ anche armonica. Se “O corpo sutil” era un album quasi pastellato in alcuni momenti, maggiormente scisso nella definizione delle due personalità principali – ritmiche noise e armonie tropicaliste -, se “Mundo civilizado” apriva maggiormente la porta verso il drum’n’bass e ritmiche maggiormente occidentali nella definizione sonora, “Prize” segna un momento di fusione assoluta tra questi due mondi, in cui nulla è più separabile dal risultato d’insieme. Il risultato è un album assai compatto, dove casomai momenti particolarmente potenti (“Prefeelings”, “Unsure”) vengono bilanciati da escursioni maggiormente ‘sentimentali’ (è il caso dell’iniziale “Ondina” e di “O nome dela”), ma in nessun caso si assiste alla separazione dei due ambienti sonori. In questo senso, pur non essendo un album qualitativamente superiore ai precedenti in quanto a repertorio, “Prize” fa segnare qualche punto in più proprio per questa omogeneità di fondo che lo anima e lo fa brillare, permettendo di viaggiare lungo tutta la sua durata come in un unico viaggio. Ben scritto, ben suonato, splendidamente prodotto: il tutto, come spesso succede, è tipico di Arto Lindsay. Non perdetelo.
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