«FEBRUARY SON - Oleander» la recensione di Rockol

Oleander - FEBRUARY SON - la recensione

Recensione del 27 gen 2000

La recensione

Se non sapessimo che molte di queste canzoni sono del 1996, ci domanderemmo se per caso non è già venuto il momento del “grunge-revival” (e sotto con “One Shot Cobaination”!). In realtà “One february son” è figlio soprattutto di un EP e un album usciti anni fa per una piccola etichetta indipendente, e gli Oleander hanno sfruttato l’opportunità offerta loro da una grande casa discografica per riproporli in tutto il mondo, con l’aggiunta di cinque brani nuovi. Il quartetto guidato da Thomas Flowers comunque è evidentemente cresciuto a pane e Nirvana (vedi “Why I’m here”), fette biscottate e Pearl Jam (“Down when I’m loaded”), e tramezzini di Soundgarden. Detto per inciso, il risultato è gagliardo e piacevole: tranne rare eccezioni, la band californiana rimane saldamente allacciata a una logica chitarra-basso-batteria (con rare spruzzate di archi) che è bello sentire indirizzata su sentieri del rock che quando intrapresi - come in questo caso - senza presunzione e furbetteria, non stancano. Ogni tanto la band si permette anche qualche finezza stilistica come negli stropicciatissimi incisi di “Shrinking the blob”, canzone che diede il titolo al loro album di debutto (1997). La voce di Flowers sa essere potente dove conviene, e non eccessivamente ruvida quando necessario (ad esempio nella ballata “How could I?”). I testi sembrano essere uno dei punti deboli, ma musicalmente “February son” nelle “quattro stelle” ci sta largo, mentre in un giudizio a tre stelle ci sta un po’ stretto. Siccome verso la fine c’è un’ottima cover in chiave rock di “Boys don’t cry” dei Cure, commossi concediamo anche la quarta stella - con benevolo scappellotto.
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