«WEATHER DIARIES - Ride» la recensione di Rockol

Ride, un passo indietro e uno avanti per l'album del ritorno

A più di vent'anni dal precedente lavoro i Ride di Andy Bell e Mark Gardener fanno i conti con il proprio presente. La nostra recensione di "Weather diaries"

Recensione del 30 giu 2017 a cura di Marco Di Milia

La recensione

Quando ormai la conta delle band degli anni Novanta che hanno saltato l’appuntamento con la fase reunion inizia a potersi fare comodamente sulle dita di una mano, ecco il rientro in pista dei ritrovati Ride. Una nuova avventura per la formazione inglese iniziata a onor del vero già da diverso tempo con una serie di apparizioni live e ora ufficializzata con un nuovo album, “Weather diaries”, dopo più di vent’anni di inattività. Effetto nostalgia, certo, ma anche voglia di riappropriarsi di quell’estetica fascinosa che ha portato alla recente ondata di revival dream pop e shoegaze, con il ritorno, tra alti e bassi, di nomi che hanno segnato più di una generazione come My Bloody Valentine, Slowdive, Lush, Jesus & Mary Chain, etc etc.

 

Andy Bell, archiviata la sua decennale esperienza al fianco dei fratelli Gallagher come bassista nell’ultima incarnazione degli Oasis, ha quindi ripreso insieme allo storico sodale Mark Gardener le redini del suo gruppo, anni luce dal momento di gloria avuto con gli album “Nowhere” e “Going blank again”, lavori che avevano permesso ai Ride di balzare agli onori delle classifiche proprio quando il mondo riscopriva il fascino di quella Cool Britannia da cui arrivavano suoni e innovazioni sempre tremendamente convincenti. Il nuovo progetto della ricomposta compagine, completata oltre che dai già citati Bell e Gardener, da Steve Quaralt al basso e Laurence Colbert alla batteria, riparte così dai suoi anni migliori per fare i conti con una eredità artistica importante, lasciandosi però tentare anche da idee e soluzioni più al passo coi tempi.

 

Era stato lo stesso Bell a dire che le ultime uscite della sua band non erano ispirate al meglio perché fin troppo orientate su ammiccamenti pop che pur essendo parte dello stile dei Ride avevano finito per annacquarlo malamente. Per il disco del ritorno il quartetto ha quindi preferito ampliare gli orizzonti, puntando l’indice su una rinnovata alchimia sonora fatta sì di intrecci vocali, melodie brumose e atmosfere oniriche, ma anche preferendo un utilizzo massiccio di synth più che sulle lunghe divagazioni chitarristiche dei tempi che furono.

 

Il quinto elemento in forze dell’album è stato infatti il dj Erol Alkan in cabina di produzione, il quale, insieme al mixaggio di Alan Moulder, ha articolato il sound di “Weather diaries” seguendo una deliberata eterogeneità, espressa appieno nelle undici articolate tracce di cui si compone la scaletta. Non solo “classici” riverberi e languori: tra sonorità rarefatte e cavalcate elettriche, si fa in fretta a passare dagli arpeggi cristallini sulla base elettronica dell’iniziale “Lannoy point”, alla carica di “Rocket silver symphony” che sembra chiamare in causa nelle strofe i Dandy Warhols, per arrivare poi alle ugge di “Home is a feeling”. Un pregio e un difetto in effetti, perché se da una parte i Ride possono ripresentarsi con una varietà tale da spaziare dal garage rock alle sperimentazioni assortite, dall’altra si ritrovano col rischio di perdere la bussola con facilità. A compensare una messa a fuoco non sempre eccelsa ecco però tracce come “Cali”, “Lateral Alice” e la già citata “Rocket silver symphony”, dove, con il giusto dosaggio di costruzioni armoniche e suggestioni eteree, i quattro mostrano con prepotenza tutto il loro miglior potenziale.

 

Un equilibrio di idee e di intenti che non risulta sempre ben bilanciato, come d’abitudine per i Ride, perennemente divisi tra le pulsioni pop di Bell e quelle più spigolose di Gardener, che però quando risulta finalmente ben calibrato riporta alla luce tutto il pregio di un gruppo con una sensibilità per la melodia fuori dal comune, riconoscente tanto dei Byrds quanto della migliore vena lisergica inglese. In conclusione ecco che i Ride di “Weather diaries” si confrontano inevitabilmente con il proprio passato, ma preferiscono anche sbandare liberamente per trovare un’altra strada, senza per questo stare lì a guardarsi troppo le scarpe.

TRACKLIST

01. Lannoy Point (05:57)
02. Charm Assault (04:12)
03. All I Want (03:57)
04. Home Is A Feeling (03:19)
05. Weather Diaries (06:59)
07. Lateral Alice (02:55)
08. Cali (06:29)
09. Integration Tape (02:26)
10. Impermanence (04:23)
11. White Sands (06:08)
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