«GUMBO - P.J. Morton» la recensione di Rockol

“Gumbo” di PJ Morton, un disco pop soul da riscoprire.

Il tastierista dei Maroon 5 ha fatto uscire un disco solista (il suo quarto) che ha avuto scarso successo ma che si pone tra Stevie Wonder e D'Angelo.

Recensione del 17 ago 2017 a cura di Michele Boroni

La recensione

Agosto è il mese giusto per riscoprire quelle perle oscure e spesso nascoste dalle uscite roboanti di artisti e band sorretti da una solida politica di marketing o magari anche da una major e uno storytelling studiato a tavolino. 

E' il caso di “Gumbo” di PJ Morton, personaggio neanche troppo così marginale essendo il tastierista aggiuntivo dei Maroon 5, pop band che ad ogni uscita riesce a raggiungere le alte vette dalle classifica. “Gumbo” è il quarto disco da solista di Paul Morton Jr – il suo nome all'anagrafe – figlio di un cantante di gospel e cresciuto a New Orleans, città a cui ha voluto dedicare questo disco intitolandolo come uno dei piatti caratteristici della Louisiana.Il Gumbo è uno zuppa cajun ricca di vari e differenti ingredienti: anche il disco rispetta la ricetta originale sia per quanto riguarda i generi, dal soul al r'n'b al funk, sia per i temi trattati - l'amore, la religione, il sentimento di libertà nella vita e nel lavoro.

Alla base di tutto c'è Stevie Wonder, che già collaborò con PJ Morton suonando l'armonica in una sua canzone contenuta in “New Orleans” del 2013; qui invece Wonder non si materializza ma è presente in tutto il disco, grazie alle tonalità naturalmente molto simili di Morton (e questo può essere solo un complimento) e anche alla sua vena compositiva, specialmente nelle ballad come l'iniziale “First Began”, “They Gon' Wanna Come” e “Religion” che ricordano - e in parte citano – le migliori tracce di “Songs in the key of life”.

“PJ, you’re not mainstream enough/Would you consider us changing some stuff?” così inizia il singolo “Claustrophobic”, il singolo che fa riferimento alle sue riunioni a Los Angeles con i soliti discografici che volevano inserirlo nelle solite caselle del già visto e già sentito. Nel disco invece c'è spazio per un pezzo funk che poteva essere contenuto in “Black Messiah” di D'Angelo” (“Sticking to my guns”), “Everything's gonna be altright” con l'ottimo BJ The Chicago Kid e “Go Thru your phone” perfetta ballad sull'amore ai tempi dello smartphone. A chiudere una versione soulful che dà nuova vita a “How deep is your love” dei Bee Gees.

Insomma, “Gumbo” non è certo un disco uniforme e coerente, pur nel suo essere pop, quella coerenza e uniformità che richiedevano i discografici da cui poi il buon Morton è fuggito. Il disco, uscito ad aprile, è stato autoprodotto e distribuito non con una major e nonostante l'acclamazione di certa critica e il potenziale pop, non è riuscito ad entrare nella US Billoboard 200 e anche fuori dagli US il disco è stato un fallimento, ed è un peccato.

L'unico difetto di questo disco è l'eccessiva brevità, meno di 30 minuti: le nove canzoni scivolano via rapidissime e lascia l'acquolina in bocca. Chissà, magari anche il Gumbo fa lo stesso effetto.

TRACKLIST

01. First Began (03:53)
02. Claustrophobic (03:48)
03. Sticking to My Guns (03:41)
04. Religion (03:22)
05. Alright (01:55)
06. Everything's Gonna Be Alright (02:43)
07. They Gon' Wanna Come (03:25)
08. Go Thru Your Phone (02:28)
09. How Deep Is Your Love (03:17)
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