«COME SE NON CI FOSSE UN DOMANI - Omar Pedrini» la recensione di Rockol

Il terzo tempo di Omar Pedrini

Fra la Bologna di Freak Antoni e l’America di Ferlinghetti, fra ammiccamenti agli Oasis e il flauto di Ian Anderson, fra canzoni apocalittiche e messaggi di speranza, Omar Pedrini racconta com’è la vita sapendo che potrebbe non esserci un domani.

Recensione del 13 mag 2017 a cura di Claudio Todesco

La recensione

C’è stato un periodo in cui l’espressione “come se non ci fosse un domani” girava con insistenza molesta sui social network. Omar Pedrini ha una ragione valida per usarla: nel 2014 ha subito una seconda operazione a cuore aperto, dopo quella di dieci anni prima, il tasso di mortalità era del 20%, prima di entrare in sala operatoria ha fatto testamento. L’idea che non ci sarebbe stato un domani era piuttosto concreta. Pur essendo in parte figlio di questa esperienza, il quinto album del leader dei Timoria parla anche di un altro domani, quello incerto di tutti noi. Parla anche di passato e di luoghi del cuore, di amore e di demoni, di sesso e di dipendenza. Lo fa con il consueto stile di Pedrini, sempre entusiasta e diretto fino a sfiorare l’ingenuità, con un nutrito catalogo di ammiccamenti al rock britannico e alcune collaborazioni importanti. È il disco di un highlander (definizione sua) che non si arrende all’idea che il rock non è più una musica rilevante.

Chi è in cerca d’innovazione sappia che qua dentro non ce n’è. C’è, piuttosto, un puzzle di influenze. “Come se non ci fosse un domani”, la canzone, strizza l’occhio al rock muscolare e a certe combinazioni chitarre-elettronica dei Muse, salvo riecheggiare vagamente in Clash nello special. Il testo offre la chiave del disco: da una parte l’idea dell’impegno, parola che i rocker di una certa generazione evidentemente non vogliono mettere da parte, dall’altra la voglia di fuga. Sul lato sonoro, è un disco che sa di anni ’90, non ha un gusto estetico aggiornato, c’è una gran voglia di cercare ritornelli diretti e cantabili, anche se certe rime baciate fanno un po’ Sanremo 1982 (“Dimmi non ti amo / Dillo piano piano / Vieni qui vicino / Dimmi il mio destino”). Due fra le canzoni migliori sono dedicate ad altrettante città. La ballata “Il cielo sopra Milano” è una lettera d’amore al capoluogo lombardo dove Pedrini ha casa. In “Freak Antoni” il leader degli Skiantos diventa simbolo della Bologna di qualche anno fa, tra osterie, centri sociali e cameriere sexy.

Ian Anderson dei Jethro Tull aggiunge il suo flauto al rockettone vagamente glam “Angelo ribelle” ispirato al quadro di Paul Klee “Angelus novus”, “Desperation horse” è cantata in inglese e porta la firma di Lawrence Ferlinghetti, l’orchestra del Royal Albert Hall College mette gli archi in “Freak Antoni” e “Angelo ribelle”. Se “Un gioco semplice” vi sembra una canzone degli Oasis è perché si tratta della cover di “Simple game of a genius”, bonus track per il mercato giapponese del primo album dei Noel Gallagher’s High Flying Birds.

Se anche “Sorridimi” che chiude l'album (il vinile contiene anche una versione alternativa di "Straccio d'anima") vi sembra una canzone degli Oasis è perché è stata scritta da Omar a Manchester con l’idea di darla a Liam Gallagher che all’epoca cercava canzoni, ricalcando lo stile della band britannica. È la chiusura del cerchio: il disco che si apre con una visione apocalittica e si chiude con l’idea che il sorriso di una bambina può salvare il mondo.

TRACKLIST

02. Fuoco a volontà (03:21)
03. Dimmi non ti amo (03:34)
05. Un gioco semplice (03:37)
06. Angelo ribelle (04:41)
07. Desperation Horse (02:25)
08. Ancora lei (04:25)
09. Freak Antoni (03:59)
10. Sorridimi (03:29)
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