«CORNELL 5/8/77 - Grateful Dead» la recensione di Rockol

Il "sacro Graal" dei Grateful Dead vede la luce: la storia di "Cornell 5/8/77"

La storia di un concerto leggendario, tra mito e realtà, che dopo 40 anni vede la sua prima pubblicazione ufficiale

Recensione del 10 mag 2017 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

Nel rock realtà e mito, fatto e leggenda spesso si fondono, fino a creare una sorta di realismo magico. Se c’è una band in cui è evidente, sono i Grateful Dead. E se c’è un evento leggendario della loro storia è il concerto che si svolse 40 anni fa ad Ithaca, a 400km ore da New York, alla Barton Hall della Cornell University. 
Quel concerto ora vede finalmente una pubblicazione ufficiale. Circolava da anni in forma di bootleg derivato dalle “Betty boards”, le registrazioni da soundboard effettuate da Betty Cantor-Jackson negli anni ’70. Già questa è una leggenda a sé stante, nel mondo magico dei Dead, una delle tante: dopo 30 anni, sono ritornate in mano alla band alla fine di un percorso degno di un'odissea, iniziato con la messa all'asta dei beni della Cantor-Jackson, che le aveva riposte in un magazzino in tempi di crisi.

Se entrate in questo mondo è impossibile, prima o poi, non imbattersi in “Cornell” o in “5/8/77”, scritto all’americana, con il mese prima del giorno. Parlo per esperienza personale: nella mia “carriera” di ascoltatore compulsivo di musica, ho iniziato relativamente tardi ad ascoltare i Dead. E ho trovato pane per i miei denti: un serbatoio immenso di musiche fantastiche e storie al limite dell’incredibile, canzoni stupende in centinaia di versioni diverse, una valanga di concerti che aspettano solo di essere ascoltati, e pubblicazioni ufficiali continue di altissima qualità, con una gestione del fandom che ha anticipato di decenni il digitale e i social media.

E lì mi sono imbattuto quasi subito in “Cornell”, e nelle discussioni che genera ancora oggi, tra chi lo ritiene il concerto migliore della band, al suo picco creativo, in un anno di grazia. E chi lo ritiene sopravvalutato, frutto di hype e del fatto che è semplicemente stata, per decenni, una delle registrazioni live più facilmente accessibili.
Leggenda e realtà, appunto.

Partiamo da alcuni dati: il concerto gira dagli anni ’80 in cassetta e poi bootleg in CD, grazie alle Betty Boards. Da quando le registrazioni non ufficiali dei Dead sono state rese disponibili in streaming su archive.org, ne esistono 17 versioni diverse, che hanno generato quasi due milioni di ascolti. Sì, perché tra le tante follie dei dei fan dei Dead c’è quella di remixare le registrazioni, unendo i “soundboard” con le registrazioni “audience” (che la band ha sempre permesso), per ottenere i cosiddetti "matrix", con un suono più caldo e vicino all’esperienza di chi a quei concerti c’era.
La versione pubblicata oggi dalla Rhino è la “Betty board”, restaurata e rimasterizzata: suono perfetto e cristallino (la Cantor-Jackson era famosa per la precisione con cui separava gli strumenti), non molto diverso da quello del bootleg originale, solo un po’ più pulito.

E poi c’è la musica. Indipendentemente dal fatto che sia o meno il miglior concerto dei Grateful Dead, “Cornell 5/8/77” è un pezzo di storia del rock, che fotografa una band in stato di grazia. 
Il ’77 è l’anno del punk, ma i Dead viaggiavano in una dimensione parallela, portando avanti la loro ricerca sperimentale fatta di improvvisazioni in una maniera diversa dal passato. Avevano chiuso la prima metà del decennio con un anno di semi-pausa, il '75-’76 (di fatto l’unico della loro carriera), e nel ’77 ripartirono alla carica con un disco che sarebbe uscito nell’estate, “Terrapin station” e nuove canzoni che sarebbero diventati dei classici, da “Estimated prophet” a “Fire on the mountain”, che sarebbe finita nel ’78 in “Shakedown street”, e avrebbe costituito da questo anno la seconda parte di “Scarlet->Fire”, la leggendaria jam con “Scarlet begonias”.

La seconda metà del concerto, quella che parte proprio con “Scarlet->Fire” è un capolavoro di improvvisazione, struttura e destrutturazione delle melodie, con una band guidata dalle chitarre di Jerry Garcia e Bow Weir (molto più di un “ritmico”), sostenuta dal basso di Phil Lesh e dalla doppia batteria di Mickey Hart e Phil Kreutzmann, con le trame melodiche di Keith Godchaux (e la seconda voce di sua moglie Donna Jean). La “Scarlet->Fire” di Cornell è 25 minuti di pura magia, fuori dai generi e dagli schemi. Per non parlare del resto, con una pazzesca "Not fade away" fusa con "St. Stephen" e il climax di “Morning dew”, uno dei momenti migliori dell’intera carriera di Garcia, con un crescendo bello da piangere.

Il leader dei Dead, prima di morire nel ’95, disse di non ricordarsi del concerto - e c’è chi ha ritirato fuori alcune sue dichiarazioni dei primi anni ’80, quando la band torno in quell’Università a suonare, e trovò l’acustica semplicemente terribile. Lo stesso Weir, recentemente, ha detto cose simili. Però, quando dead.Net ha messo in vendita “Get shown the light”, un box che oltre questo concerto comprende i due precedenti e quello successivo, il sito della band è andato in crash per quasi 48 ore per i troppi accessi di chi voleva finalmente mettere le mani su quel sacro graal. “Cornell 5/8/’77” è la versione per noi comuni mortali: un triplo CD, oppure 2 e ore mezza di musica in download e streaming.

Oggi come 40 anni fa, la musica dei Grateful Dead è fuori dal tempo e dalle mode, e può sembrare anacronistico ascoltare un gruppo che suona e improvvisa per  oltre 20 minuti. Ma, se saprete lasciarvi andare, in questo disco ci sono musiche e storie meravigliose e romanzesche.

TRACKLIST

#1
09. Brown-Eyed Women - Live at Barton Hall, Cornell University, Ithaca, NY 5/8/77 (05:48)

#2

#3
03. St. Stephen II - Live at Barton Hall, Cornell University, Ithaca, NY 5/8/77 (01:54)
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