«INFINITE - Deep Purple» la recensione di Rockol

Il ritorno dei Deep Purple, fuori dal tempo con "InFinite"

Deep Purple, il tempo dei saluti è vicino, ma non è ancora detta l'ultima parola. La recensione di "InFinite"

Recensione del 07 apr 2017 a cura di Marco Di Milia

La recensione

C’è un’inedita maturità nel nuovo corso dei Deep Purple. Una consapevolezza che porta con sé anche una seria certezza sul futuro. Già, perché di eterno forse c’è solo la musica, ma i suoi artefici per quanto inossidabili, purtroppo non lo sono affatto. Segni del tempo che, inesorabili, si fanno sentire anche sulla pelle della longeva formazione britannica, sopravvissuta a tutto, persino a se stessa e al suo mito. Quando il momento di chiudere definitivamente il cerchio sembra essere davvero prossimo, succede che questi consumati veterani qualche colpo riescono ancora a metterlo a segno. Sì, perché il nuovo “InFinite” racchiude il meglio degli ultimi due decenni marchiati DP, con la strana combinazione di un disco che si appella all’infinito e di un conseguente tour in partenza dal nome significativo di “The long goodbye”. Ciò che potrebbe apparire una contraddizione di intenti, per quanto incoerente suona a tutti gli effetti realistica quando l’età inizia a farsi sentire con una certa prepotenza.

Incuranti delle recriminazioni che da almeno vent’anni a questa parte vengono loro mosse contro - senza la voce che ormai non è più quella di una volta, privati di un Blackmore ormai desaparecido e orfani del compianto Jon Lord, i Deep Purple non avrebbero più ragione di essere - la compagine non depone le armi e, anzi, respinge le obiezioni al mittente con un eccellente mix di dedizione e tenacia, realizzato con passione da un gruppo che non mai mollato il colpo e che, nonostante inevitabili acciacchi, defezioni e liti furibonde, ci crede ancora tantissimo e ha ragione da vendere.

Con la stessa intesa sperimentata nel fortunato “Now what?!” del 2013, arrivato dopo una serie di prove che faticavano a trovare la giusta continuità, Ian Gillan e soci bissano la carta del disco equilibrato e diretto, con risultati se possibile ancora migliori del precedente. Per carità, non si tratta di un’opera rivoluzionaria, la certezza di fondo è che gli anni migliori sono da ricercarsi altrove, ma questo “InFinite” ha in sé quel fuoco che sembrava ormai compromesso da una sequela di album non proprio indimenticabili. 

La voce robotica con cui si apre l’iniziale “Time for bedlam”, introduce fin dalle prime battute un elemento di novità che spiazza non poco, inserendo un singolare tocco di retro-modernità in un brano - e in un lavoro in generale - che non ha bisogno di curarsi troppo delle mode. La sequenza procede spedita e, pur se con qualche congenito e necessario manierismo, mette in mostra tutta la qualità e l’esperienza dei musicisti, da un’inconsueta e piacevole leggerezza recuperata in “Johnny’s band”, alla più diretta “Hip boots”, fino all’apice di “The surprising”, che tra malinconia e impeto si apre in una muscolare trama strumentale che mette in evidenza la caratura dei “nuovi” Don Airey e Steve Morse, veri protagonisti di questa ennesima primavera del gruppo. La chiusura spetta a una smaliziata “Roadhouse blues” a dimostrazione che i cinque continuano a sudare e a divertirsi con la musica, esattamente come ragazzini agli esordi.

In cabina di regia, poi, ancora una volta è di stanza Bob Ezrin, già alla corte di Alice Cooper, Pink Floyd e degli stessi Deep Purple, l’uomo in grado di dirigerli al pari di un direttore d'orchestra (e all’occorrenza anche ammonirli, come mostrato nel dvd extra “From here to InFinite” incluso nell’edizione espansa del disco, che ne documenta la realizzazione e il dietro le quinte), trasmettendo una freschezza per nulla scontata a canzoni costruite intorno a jam session. Così come raccontato dagli stessi Ian Paice e Roger Glover nel corso della nostra intervista, la sensazione generale infatti è di avere a che fare con una band che non si pasce del proprio passato ma suona ancora con una grinta e un entusiasmo che a settanta anni suonati sarebbe anche lecito non aspettarsi più.

Non c’è dubbio che l’età dell’oro è ormai perduta, ma questi vecchi signori non ci abbagliano vendendoci un improbabile elisir di eterna giovinezza, anzi, si mostrano fieri di quello che sono oggi e di ciò che la loro competizione artistica ha generato, con tutte le rughe e l’esperienza del caso, dando prova certa di essere arrivati fino a questo punto con una lucidità e un tiro assolutamente invidiabili. Che l’avventura sia arrivata sul serio al capolinea non è ancora dato saperlo con certezza, la decisione finale, a detta degli stessi interessati, sarà presa al momento giusto, ma se questa è l’ultima tappa di una storia quasi infinita, i Deep Purple, pur se con qualche osso rotto, non possono che uscire di scena a testa alta, ricchi di quella consapevolezza tipica dei saggi e degli uomini navigati.

TRACKLIST

01. Time for Bedlam (04:35)
02. Hip Boots (03:23)
03. All I Got Is You (04:42)
04. One Night in Vegas (03:23)
05. Get Me Outta Here (03:58)
06. The Surprising (05:57)
07. Johnny's Band (03:51)
09. Birds of Prey (05:47)
10. Roadhouse Blues (06:01)
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