«BROOD X - Boss Hog» la recensione di Rockol

Il ritorno dei Boss Hog, fra nostalgia e modernariato

Christina Martinez e Jon Spencer sfornano un album dopo 17 anni: hanno ancora tiro e lucidità, ma la formula mostra la corda...

Recensione del 07 apr 2017 a cura di Andrea Valentini

La recensione

Boss Hog. Roba quasi di modernariato se consideriamo che il loro ultimo album era uscito nel 2000 (quel “Whiteout” di cui lo scrivente riuscì a comprare addirittura due copie per errore, ma la copertina meritava… a voi l’onere di scoprire il motivo). Eppure a volte ritornano. Come, appunto, nel caso della band di Christina Martinez – che, con gli anni, è rimasta innegabilmente una bellissima rocker e conserva il medesimo fascino dirompente di qualche decennio fa – e di Jon Spencer. Insomma, mica bruscolini.

Ma veniamo al sodo. Al netto della carica sexy della Martinez e del profilo di Spencer, come sono i Boss Hog nell’anno del Signore 2017? Sono fedeli a se stessi, capaci di replicare la propria formula in maniera convincente e solida. C’è chi li definisce garage punk, in realtà da sempre il sound dei Boss Hog è più un ibrido di garage lievemente crampsiano sotto la pesante influenza delle vibrazioni della scena del primo noise rock della Grande Mela: i Sixties ci sono, ma gli Ottanta/Novanta dissonanti di gente stile Royal Trux, Pussy Galore e Blues Explosion (appunto) avvolgono il tutto con il loro abbraccio tossico e appiccicoso.

Gli anni sono trascorsi inesorabili, ma i Boss Hog sembrano fregarsene bellamente, sbattendoci in faccia 10 tracce di “antagonismo della mezza età”, per rubare una definizione all’ingessato – ma chirurgico e puntuale – “Financial Times”. Anzi, rispetto a “Whiteout” – che non era certo un capolavoro di coerenza e compattezza, con le sue curiose derive pop – in “Brood X” il combo Martinez/Spencer sembra più incazzato e concentrato, proponendo una serie di pezzi scuri e ritmati, duri e minacciosi come il genere esige. Blues-punk, rumore, funk deviante, garage rock, no wave, post punk e una spruzzata di gothic sono gli ingredienti che lo chef e la chef miscelano per noi, recuperando l’entusiasmo dei Novanta.

Un disco riuscito, diciamolo. Ma più sulla carta che all’atto pratico. Non perché non si ascolti con piacere, ma semplicemente perché questo tipo di sonorità già mostrava la corda 20 anni fa… è vero che il revival tutto perdona e tutto rinfresca, ma di sicuro non possiamo dire che “Brood X” diverrà una pietra miliare. Anzi, è un’ottima operazione di recupero filologico, ma la netta impressione è che dopo l’estate – o prima – nessuno si ricorderà che questo disco sia mai uscito. Non è necessariamente un male (il rock’n’roll è fatto anche di questo), ma ogni tanto viene spontaneo domandarsi quanto senso abbiano uscite di tale genere, con tutto il rispetto per artisti oggettivamente importanti come i Boss Hog.

Un buon ritorno… ma per quanto ce ne ricorderemo?

TRACKLIST

01. Billy (03:47)
02. Black Eyes (03:30)
03. Ground Control (02:52)
04. Shh Shh Shh (03:39)
05. Signal (02:54)
06. Rodeo Chica (02:54)
07. Elevator (02:49)
08. Formula X (03:15)
09. Sunday Routine (03:49)
10. 17 (03:54)
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