«COMMON AS LIGHT AND LOVE ARE RED VALLEYS OF BLOOD - Sun Kil Moon» la recensione di Rockol

La dissoluzione di Mark Kozelek e dei Sun Kil Moon in "Common..."

Un'icona del cantautorato indie americano, che rinuncia alla forma-canzone per diventare completamente schiavo delle sue idiosincrasie.

Recensione del 19 feb 2017 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

Ci siamo persi Mark Kozelek?  Sì, per il momento, speriamo non definitivamente.

Riassunto delle puntata precedenti: Kozelek è un semidio del cantautorato indie, e dopo una carriera di nicchia con i Red House Painters, da solista o sotto il marchio Sun Kil Moon (sempre lui, con qualche musicista di contorno), negli ultimi anni ha finalmente ottenuto la visibilità che gli spettava, venendo incensato pure da Pitchfork. Ma negli ultimi tempi diventa pure protagonista di polemiche varie: nella vita reale ha lo stesso stile delle sue ultime canzoni: il "rant", lo sfogo sarcastico su tutto ciò che lo circonda. Memorabile la sua polemica con i War On Drugs, su cui finirà per scrivere una canzone. Intitolata "War On Drugs: Suck My Cock". Per dire.

Ecco, in "Common as light and love are red valleys of blood", quello stile ha definitivamente preso il sopravvento, uccidendo le canzoni. Il lavoro arriva dopo la collaborazione con i britannici Jesu dell'anno scorso, e dopo un disco solista (cover, genere di cui è maestro - anzi in questo caso standard come "Moon river").

Questo album, inciso con Steve Shelley dei Sonic Youth alla batteria (con cui Kozelek collabora ormai da anni),  è un flusso di coscienza continuo, una sorta di diario in musica.

 Kozelek ha ammazzato due cose: la melodia, proprio quella che invece aveva riscoperto in "Mark Kozelek sings favorites". E ha ammazzato il racconto: se nei dischi precedenti osservava la realtà, qua Kozelek sembra guardarsi l'ombelico, perso in se stesso e nelle sue idiosincrasie. 

Le canzoni sono molto ritmiche, pure poco cantate - con frequenti passaggi "spoken word". Ma in diversi momenti è difficile chiamarle "canzoni". E non è una questione di lunghezza (16 brani, più di due ore, di cui 12 sopra i sette minuti), ma proprio di completa mancanza di struttura. Fosse un po' più giovane, Kozelek avrebbe aperto un blog, fosse giovanissimo sarebbe un YouTuber o una star dei social, invece usa il mezzo che conosce meglio, la musica. Solo che se ne frega completamente del pubblico, questa volta: è più importante per lui raccontare se stesso che farsi ascoltare attraverso qualcosa che assomigli ad una canzone.

C'è un solo momento di magia, è "Window Sash Weights" in cui si sente la chitarra di  Nick Zubeck, chitarrista di Barzin (zampino italiano, nell'incontro: i due si sono conosciuti nel backstage di un concerto a Padova del tour del cantautore canadese, di origini iraniane, prodotto in Italia dalla Ghost Records). La chitarra di Zubeck ricorda quasi i Radiohead o i primi Red House Painters, e rimette in riga Kozelek. Ecco, facesse un disco così... Per il momento c'è un disco quasi inascoltabile di un grande della canzone americana, che però ha tradito la canzone.

 

TRACKLIST

01. God Bless Ohio (10:36)
03. Philadelphia Cop (10:47)
04. The Highway Song (07:54)
05. Lone Star (09:13)
08. Butch Lullaby (08:33)
10. Early June Blues (07:16)
12. I Love Portugal (07:58)
13. Bastille Day (05:38)
14. Vague Rock Song (07:08)
15. Seventies TV Show Theme Song (07:29)
16. I Love You Forever And Beyond Eternity (06:13)
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