«HIPPIE DIXIT - Amerigo Verardi» la recensione di Rockol

Amerigo Verardi - HIPPIE DIXIT - la recensione

Recensione del 27 dic 2016 a cura di Marco Di Milia

La recensione

E’ uno spirito libero Amerigo Verardi. Ha attraversato tre decenni da perfetto indipendente, come produttore e musicista, tra gli Allison Run, i Lula, in proprio e insieme a Marco Ancona. “Hippie dixit”, è il suo ritorno da solista, un’uscita che non è delle più semplici - e non potrebbe esserlo visto il personaggio eclettico e sfaccettato - e che impone la sua presenza all’ascoltatore, richiedendo per sé quel tempo che ormai non si dedica più all’ascolto di un album.

Con i suoi cento minuti spalmati su due dischi e un solo brano al di sotto dei tre minuti, l’interlocutorio ”A piedi nudi”, il viaggio liquido dell'artista brindisino è quasi un flusso di coscienza continuo che non smette di mutare in dimensioni e colori differenti. Non si tratta di un vero concept ma ogni singola traccia è parte integrante di un lungo filo conduttore e pertanto essenziale all’intera narrazione.

Le quattordici tracce di “Hippie dixit” sono tutte opera di Verardi stesso, con la sola eccezione di “A me non basta”, scritta da Alessandro Tommaselli, che chiude le danze accompagnando l’ascoltatore verso l’uscita del tunnel onirico generato dalla destrutturazione di storie e canzoni. E’ un’opera complessa e visionaria che riflette un approccio libero alla musica, aperto a contaminazioni di ogni sorta, nella quale un insistente vortice tribale di percussioni si snoda lungo l’intera trama, dando una certa omogeneità di fondo a questa variegata ipertrofia. Si parte in quarta con “L’uomo di Tangeri” che nei suoi quattordici minuti vede elementi acustici, noise e un lento racconto quasi parlato convivere fino alla lunga coda dal sapore trance.

 

Racconta Verardi di aver realizzato un disco del genere “perché possa essere da stimolo alla voglia e alla gioia di ritrovarsi. Ritrovarsi nella storia, nella magia dei luoghi geografici e dei luoghi dell'anima, alla ricerca di uno spirito unificatore, uno spirito che possa anche restituirci, oltre al senso più semplice delle cose, anche un po' di pace. Un percorso di ricerca che parte inevitabilmente dalla presa di coscienza di sé e dalla realtà sensibile, per cercare di approdare poi ad una nuova alba di consapevolezza”.

La sintesi non è certo dalla parte di “Hippie dixit”, perché necessita di tutto il suo spazio, fino in fondo. Non è una richiesta da poco quella di Verardi, ma che è essenziale per avventurarsi in una rete tanto intricata dove convivono elementi pop, rock, folk, elettronici e la grande tradizione psichedelica di Syd Barrett e Julian Cope. In questo ideale Zibaldone di pensieri si mescolano umori e visioni, speculazioni esoteriche e fascinazioni bibliche senza rinunciare all’ironia e alla tragica quotidianità. Non potrebbe essere che così con “Brindisi”, dove si affianca al nome della città di Verardi un mantra disperato alla salute e al lavoro. E ancora, in “Due Sicilie” si passa alla nostra storia contemporanea con quello che viene definito “sacco del sud” perpetrato dagli unificatori d’Italia ai danni del Mezzogiorno, con una citazione diretta ai Fab Four con quel “campi di grano per sempre”.

Alla fine è come risvegliarsi da un sonno della ragione dove è facile perdere la bussola nel riflusso continuo di informazioni offerte solo per accumulo. Ambizioso, catartico e vischioso al punto da chiedere il proprio tempo pur restandone al di fuori, da perfetto alfiere di quella libertà espressiva da sempre ricercata dal suo autore.

TRACKLIST

01. L'uomo di Tangeri (14:10)
02. Terre promesse (09:43)
03. Pietre al collo (05:40)
04. Due Sicilie (05:25)
05. Cisternino Bhole Baba Dhuni (07:10)
06. A piedi nudi (02:38)
07. Brindisi - Ai terminali della Via Appia (08:35)
08. Viaggi di Paolo (06:36)
09. Korinthos (06:01)
10. Chiarezza (10:19)
11. Verità (05:25)
12. Innocenza (03:29)
13. Le cose non girano più (08:53)
14. A me non basta (05:56)
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